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Gli antoniani della Val di Susa e le proprietà sul Piccolo Moncenisio (XIII-XV secolo)* Mariangela Rapetti Università degli Studi di Cagliari rapetti@unica.it 1. Gli ospedalieri antoniani Secondo una leggenda, nel corso dell’XI secolo le spoglie di sant’Antonio sareb‐ bero state portate nel Delfinato dal cavaliere Jocelin1 . Le reliquie furono collocate in una piccola chiesa di La Motte‐Saint‐Didier (poi La Motte‐Saint‐Antoine, oggi Saint‐Antoine‐l’Abbaye) appartenente ai benedettini di Montmajour (Arles), di‐ venuta presto meta di pellegrinaggi. Alla fine del secolo, i nobili Gaston e Guérin de la Valloire, padre e figlio, fondarono ex voto una comunità laica per l’assistenza ai pellegrini, e costruirono una domus elemosinaria nei pressi della chiesa2 . Guérin * Questo saggio è stato concluso nel 2020, durante l’emergenza Covid‐19. La chiusura di ar‐ chivi, biblioteche e librerie ha comportato alcune difficoltà pratiche, in gran parte superate gra‐ zie alla condivisione digitale di alcuni testi da parte di colleghi sparsi qua e là per l’Italia e al lavoro dei corrieri. A tutti loro va un sentito ringraziamento. 1 NOORDeLOOS, La translation de Saint Antoine; FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 1‐31. 2 Per la più antica storia dell’ordine v. FALCO, Antonianae Historiae; per gli studi recenti v. note a seguire. 287 era guarito dall’ignis sacer, malattia molto diffusa all’epoca, e il fatto, attribuito a un miracolo di sant’Antonio, attirò numerose persone affette da malattie urenti 3 . La fraternita e il culto del santo taumaturgo crebbero di pari passo. Grazie alla venerazione e alla paura di sant’Antonio, che ‘libera dal fuoco’ o che ‘punisce con il fuoco’, la comunità si diffuse molto rapidamente4 . Conosciuti per la loro attività assistenziale, gli antoniani venivano chiamati da vescovi e sovrani per gestire o fondare ospedali. La crescita molto rapida, però, pose i confratelli in contrasto con i benedettini di Montmajour, e man mano che l’afflusso dei pelle‐ grini cresceva, aumentava il disaccordo sulla ripartizione delle elemosine. La fraternita ottenne l’approvazione pontificia e numerosi privilegi: Gregorio IX, nel 1234, decretò l’amministrazione dei sacramenti; nel 1247, Innocenzo IV assegnò agli antoniani la regola di sant’Agostino, tipica delle congregazioni ospe‐ daliere; nel 1297 arrivò da Bonifacio VIII il riconoscimento come congregazione di canonici regolari di Saint‐Antoine‐en‐Viennois. La casa madre fu eretta ad ab‐ bazia, i suoi benefattori e i pellegrini avrebbero ricevuto un anno e quaranta gior‐ ni di indulgenze5 . Per quanto riguarda i benedettini di Montmajour, già benefi‐ ciari della chiesa di Saint‐Antoine, Bonifacio VIII stabilì come risarcimento da parte degli antoniani una pensione annua di 1.300 libbre di denari di Tours6 . Gli statuti promulgati nel 1312 divisero i compiti tra i diversi componenti dell’ordine, ovvero preti, laici e conversi. Ai primi sarebbero spettati gli uffici 3 Nel medioevo, il termine usato per indicare le malattie urenti era ignis sacer ma, a partire dal XIII secolo, nei libri di chirurgia si usa anche l’espressione ignis sancti Anthonii (da non con‐ fondersi con il ‘fuoco di sant’Antonio’ odierno, ovvero l’herpes zoster). Fra le varianti della pa‐ tologia, individuabili grazie alle cronache, vi era l’ergotismo, dovuto all’intossicazione da se‐ gale cornuta. Dal 1771, con ReAD, Traité du Seigle ergoté, pp. 55‐62, si è affermata l’equivalenza tra ignis sacer, ignis sancti Anthonii ed ergotismo, e la convinzione – ancora diffusa – che i pel‐ legrini di Saint‐Antoine‐l’Abbaye fossero affetti da quest’ultimo. Si è pensato che gli antoniani fossero esperti guaritori dell’ergotismo grazie all’impiego di pomate e bevande ritenute mira‐ colose, v. FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 174‐201. Alessandra Foscati ha recentemente smen‐ tito l’interpretazione di Read, dimostrando la pluralità delle affezioni urenti di cui soffrivano i pellegrini che si recavano al santuario del Delfinato, nonché la bassa incidenza di casi di er‐ gotismo in altre località dove gli antoniani gestivano ospedali, v. FOSCATI, Ignis sacer, pp. 33‐ 113; eAD., Saint Anthony’s Fire. In Ignis sacer, p. 49, la studiosa spiega che, anche a causa delle sfumature lessicali, «nell’amalgama della narrazione diviene impossibile riconoscere ed estra‐ polare solo la realtà fattuale per poi tracciare un esatto profilo della malattia» di cui soffrivano i pellegrini di sant’Antonio. Anche GRISeRI, A Ranverso, p. 14, sottolinea l’ambiguità dell’antica espressione ‘fuoco di sant’Antonio’, da lei definita «una sorta di mantello dei disperati, che serviva a indicare tante malattie». 4 FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 107‐126; eAD., Dall’eremo alla stalla, pp. 43‐99. 5 FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 63‐70; MAILLeT‐GUy, Les origines de Saint-Antoine, pp. 391‐395; MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, pp. 21‐40; VILLAMeNA, Religio sancti Antonii (2007), pp. 114‐141. 6 FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 65‐66; VILLAMeNA, Religio sancti Antonii (2007), p. 125. 288 Ospedali e montagne. Paesaggi, funzioni, poteri nei secoli medievali (Italia, Francia, Spagna) spirituali, ai laici l’assistenza ai malati, ai conversi i lavori umili. L’abate, al vertice dell’ordine, sarebbe stato nominato direttamente dal papa7 . I privilegi pontifici consentirono agli antoniani la raccolta esclusiva delle questue sotto il segno di sant’Antonio, il clero secolare fu esortato ad ammettere i questuanti antoniani nelle diocesi e furono puniti gli impostori 8 . Vennero attivate diverse modalità di questua, come la raccolta diretta o l’affitto o ancora la procura, tuttavia i canonici non furono esenti da conflitti, frodi e accuse di truffa9 . La costruzione di una nuova, monumentale abbazia, progetto portato avanti a più riprese sin dal XIV secolo, e il mantenimento degli attigui ospedali, che nel tempo erano divenuti sei 10 , si rivelarono spese insostenibili. Sebbene le precettorie generali versassero più o meno regolarmente quanto loro richiesto dalla casa ma‐ dre, si continuò ad accumulare debiti 11 . Con il passare del tempo, nonostante i favori papali, la casa madre continuò a trovarsi in emergenza finanziaria. Fortemente debilitato dal grande scisma, l’or‐ dine iniziò a vivere un lento declino e, nel corso del Cinquecento, subì ingenti danni e perdite a causa delle guerre di religione12 . Le case più lontane iniziarono a staccarsi e a rendersi indipendenti e, per quanto i pontefici continuassero a rin‐ novarne i privilegi, la caduta fu inarrestabile. Alla metà del XVIII secolo il nu‐ mero complessivo dei canonici in europa superava di poco le duecento unità. Il Capitolo generale del 1774 valutò l’unione con un altro ordine di simili finalità. Nel 1777, per disposizioni di Pio VI, gli antoniani e le loro proprietà francesi con‐ fluirono nell’Ordine di Malta, i beni in territorio sabaudo pervennero all’Ordine Mauriziano, quelli delle case napoletane furono assegnati all’Ordine Costanti‐ niano, mentre il patrimonio della precettoria romana passò all’Accademia de’ Nobili ecclesiastici (oggi Pontificia Accademia ecclesiastica)13 . 7 MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, p. 39. 8 FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 126‐154. Il diritto di questua rimase sempre valido e venne rinnovato nei sei secoli di vita dell’ordine, fatta eccezione per la sospensione voluta dal Concilio di Trento (Sessione XXI, cap. 9) e annullata da Gregorio XIII nel 1582. Sulle questue v. anche FILIPPINI, Questua e carità, pp. 24‐42. 9 VILLAMeNA, I Cerretani come intermediari; SeNSI, Cerretani e ciarlatani. 10 Maius hospitale, nuovo ospedale, ospedale delle donne, lebbrosario, ospizio dei pellegrini e frecherium. Quest’ultimo era destinato solo ai malati di ignis sancti Anthonii appena arrivati, v. RAPeTTI, L’espansione, p. 102 n. 24 e pp. 108‐113. Il nome frecherium sembra una latinizzazione di freche, che nel moyen français indica ‘fresco’, ‘recente’ (corrispondente al francese moderno frais). 11 MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, pp. 61‐76. 12 «L’église ressemblait à une écurie, le monastère à un désert, les hôpitaux à des chaumières ravagées», DASSy, L’Abbaye de Saint Antoine, p. 268. 13 MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, pp. 123‐131; RAPeTTI, L’espansione, p. 27. 289 Rapetti, Gli antoniani della Val di Susa Le carte antoniane seguirono il destino delle proprietà, frammentando ulte‐ riormente un corpus documentario già sofferente. All’incuria medievale («docu‐ menta sparsa et inordinata», scrisse Aymar Falco nel 153414 ) seguirono saccheggi e devastazioni durante le guerre di religione. Dallo stato attuale dei fondi sembra che il Seicento fu, per gli antoniani, il secolo delle copie, delle memorie, degli in‐ ventari. Traspare quasi un tentativo ostinato di salvaguardare le proprietà a ri‐ schio, forse un progetto di recuperare e ‘ricostruire’ gli archivi perduti, che portò anche alla raccolta della documentazione delle precettorie da parte della casa madre15 . In ogni caso, richiamando un recente saggio di Andreas Rehberg, «non c’è dubbio che le case madri custodivano gelosamente i loro privilegi e i docu‐ menti che potevano meglio provare i loro diritti verso le filiali»16 . Le lacune do‐ cumentarie tendono notoriamente a scoraggiare la ricerca. Inoltre, la dispersione della documentazione e i refusi dei trascrittori hanno talvolta causato errori nel‐ l’interpretazione delle stesse fonti. Leggende e cronache hanno fatto il resto. Ancorché appartenente a «una categoria di ordinireligiosi poco studiata»17 , nu‐ merosi e importanti sono gli studi sull’origine dell’Ordine antoniano, o su tema‐ tiche particolari come i contributi sull’assistenza o sugli aspetti artistici e archi‐ tettonici 18 . Per quanto riguarda le attività antoniane più in generale, in annirecenti si sono moltiplicati gli studi su determinate precettorie o aree di espansione 19 . Sulla storia e l’evoluzione dell’ordine, rimangono comunque ancora punto di ri‐ ferimento imprescindibile i saggi di Luc Maillet‐Guy, pubblicati nei primi decenni del secolo scorso20 , e soprattutto i lavori di Adalbert Mischlewski, editi fra il 1958 14 FALCO, Antonianae Historiae, f. 91r. 15 ASTo, Sez. Corte, Materie ecclesiastiche, Abbazie, S. Antonio di Ranverso (1774‐1777), f. 358: «pel notorio trasporto nello scaduto secolo delle scritture esistenti negli Archivi della Casa di S. Antonio di Ranverso a quella di Vienna non sianosi potute rinvenire le principali carte di fondazione della casa». Seguendo il resto delle proprietà, gli archivi antoniani confluirono negli archivi delle congregazioni alle quali furono uniti. La casa madre fu unita alla veneranda lingua d’Alvernia dell’ordine di Malta; pertanto, il suo archivio si trova oggi a Lione, antico capoluogo di questa lingua. 16 ReHBeRG, Una categoria di ordini religiosi, pp. 25‐29. 17 Da ReHBeRG, Una categoria di ordini religiosi. 18 Tra i tanti, v. FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale; eAD., Sant’Antonio Abate; GRAHAM, A picturebook; Il colore del gotico; HAyUM, The Isenheim Altarpiece. 19 Per l’Italia, ad esempio, VILLAMeNA, Religio sancti Antonii (2008); FILIPPINI, Questua e carità; RAPeTTI, L’espansione. 20 Nato nel 1864, fu bibliotecario all’Université catholique di Lione. La maggior parte dei suoi saggi furono pubblicati sul «Bulletin de la Société d’Archéologie et de Statistique de la Drôme» e sulla «Revue Mabillon», v. elenco completo in < http://opac.regesta‐ imperii.de/lang_en/suche.php?qs=maillet‐guy >. 290 Ospedali e montagne. Paesaggi, funzioni, poteri nei secoli medievali (Italia, Francia, Spagna) e il 201321 . Nel panorama italiano, invece, spiccano le ricerche di Italo Ruffino, buo‐ na parte delle quali dedicate alla Val di Susa22 . Le pagine che seguono partono pro‐ prio dagli studi del Ruffino, fornendo qualche addenda e piccoli corrigenda ai suoi studi sul Moncenisio, e arrivano a una riflessione sugli antoniani in Val di Susa alla luce dei più recenti studi di storia ospedaliera e di storia antoniana. 2. Antoniani nella Val di Susa: insediamento e ruoli Le prime attestazioni documentarie della presenza antoniana in Piemonte risal‐ gono al 1186, quando il precettore e rettore di S. Antonio di Susa, Giovanni, rice‐ vette ogni diritto su una casa «in qua fratres domus Sancti Antonii habit[ab]ant», un piccolo pezzo di terra adiacente alla loro cantina e un’altra casa23 . Pochi anni dopo, nel 1188, si menzionavano i malati (infirmi, aegrotantes)24 , la domus infirmorum di Susa25 e l’ospedale di S. Antonio di Rivo Enverso26 . Quest’ul‐ timo compare nella donazione di Umberto III di Savoia (1136‐1189): il 27 giugno di quell’anno il conte concedeva agli antoniani di Ranverso un mulino e un bosco di ontani insieme a esenzioni economiche e giurisdizionali, nonché i diritti su al‐ cune terre27 . Il conte prometteva ulteriori concessioni ma le vincolava all’edifica‐ 21 Per la bibliografia v. < http://opac.regesta‐imperii.de/lang_en/suche.php?qs=adalbert+mi‐ schlewski >. Lo studioso ha fondato, nel 1991, il Centro Studi «Antoniter Forum», attivo fino al 2019. 22 Scomparso alla veneranda età di centodue anni nel 2015, il Ruffino ha svolto e pubblicato le sue ricerche tra gli anni Cinquanta e Novanta. Nel 2006 ha ripubblicato i suoi saggi nel vo‐ lume Storia ospedaliera antoniana, che contiene anche la descrizione del Fondo archivistico-bibliografico da lui raccolto e studiato a partire dal 1948, ancora valido punto di partenza per lo studio della storia antoniana. 23 RUFFINO, Le prime fondazioni, n. I. Secondo Luigi Cibrario, all’epoca a Susa esisteva già l’ospedale di S. Maria, v. CIBRARIO, Storia della Monarchia di Savoia, I, p. 230. 24 RUFFINO, Le prime fondazioni, nn. II‐III. 25 Ibidem, n. III. 26 Sant’Antonio di Ranverso sorse in territorio di Rivoli, equidistante da Rivoli e Avigliana, oggi territorio del comune di Buttigliera Alta, del quale Ranverso è frazione. Il toponimo nasce dal vicino Rio Inverso, e il nome attuale compare a partire dal XIV secolo, v. RUFFINO, Le origini della Precettoria, p. 28. 27 Il documento originale risultava già perduto da un inventario del 1634 (ASTo, Sez. Corte, Materie ecclesiastiche, Regolari di qua dai monti, mazzo 15, Padri di Sant’Antonio di Torino, n. 7), tuttavia ne esistono undici copie, realizzate tra il XVI e il XVIII secolo. Alcune di queste datano la donazione al 1181 e hanno tratto in inganno alcuni storici, come il Cibrario (v. ID., Nuovi indizi, p. 20), inoltre tutte, tranne una, riportano l’indizione XI, ulteriormente fuorviante. Italo Ruffino ne ha fatto un attento esame diplomatistico e filologico, concludendo che la data cor‐ retta è 1188 giugno 27, indizione VI, come nella copia ADR, 49 H 1215, che lui pubblica con le principali varianti delle altre copie in RUFFINO, Le prime fondazioni, n. IV. 291 Rapetti, Gli antoniani della Val di Susa zione di una chiesa. Come già rilevato dal Ruffino28 , l’assenza della chiesa fino a quel momento lascia intendere che gli antoniani non si trovassero in Val di Susa da molto tempo. Altro dato di rilievo appare il fatto che con la prima menzione dell’ospedale e degli infirmi di Ranverso venga a sparire dalle fonti l’ospedale di Susa, presumi‐ bilmente luogo di redazione della donazione di Umberto III. È probabile che gli antoniani si siano voluti avvicinare ai centri maggiori di Avigliana e Rivoli, forse per potersi meglio rapportare all’aristocrazia, caratteristica costante nell’espan‐ sione antoniana. Ciò che è certo, è che l’insediamento in Val di Susa consentì loro di entrare in contatto con molti benefattori, perché era «un luogo di continuo pas‐ saggio: vedeva transitare numerosi pellegrini delle chiese d Ciò che è certo, è che l’insediamento in Val di Susa consentì loro di entrare in contatto con molti benefattori, perché era «un luogo di continuo pas‐ saggio: vedeva transitare numerosi pellegrini delle chiese d’oltre monte, mercanti e soldati»29 . I documenti successivi a noi pervenuti, oltre che riguardare sempre infirmi et domus de Rivo Enverso, ampliandone i possedimenti con donazioni e acquisizioni nel circondario, sono tutti rogati in Ranverso, Rivoli e Avigliana, fino al 120230 . Susa compare di nuovo come luogo di redazione in un documento comitale dato il 30 gennaio di quell’anno. Si tratta della conferma delle donazioni di Umberto III da parte di suo figlio, Tommaso di Savoia, che ampliò la donazione cedendo i suoi diritti sull’Alpe della Balma Urtera31 . Da quel momento iniziò l’espansione antoniana sul Piccolo Moncenisio. Due giorni dopo, gli antoniani di Ranverso acquistarono da privati alcuni pascoli e relativi diritti nella stessa località, al prez‐ zo di 3 libbre di buoni secusini 32 . Questo documento rappresenta anche la prima attestazione di una domus hospitalis Sancti Antonii a Torino, nella quale si redige l’atto. In quindici anni, dunque, la fraternita laica antoniana aveva potuto ‘mettere radici’ nella valle, dove arrivò a contare almeno due ospedali (prima Susa, poi Ranverso e Torino) e diverse proprietà tra Torino e il Moncenisio. 28 RUFFINO, Le origini della Precettoria, pp. 43‐44. 29 Ibidem, p. 31. Per dirla con Giuseppe Sergi, una strada «senza specializzazione di utenza» (Antidoti all’abuso della storia, p. 218) ma che «era percorsa nel medioevo da due importanti cor‐ renti di pellegrinaggio», quella verso Roma e quella che collegava Mont‐Saint‐Michel a San Michele del Gargano (ID., L’aristocrazia, p. 105). 30 RUFFINO, Le prime fondazioni, nn. V, VIII‐XIV. 31 ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 1, fasc. 6, f. 1 (copia del XV secolo), edito in RUFFINO, Le prime fondazioni, n. XV; v. tab. 1, n. 1. Ruffino scrive 29 gennaio, ma la data cronica è tertio kalendas februarii. Il toponimo Balma (roccia, per estensione grotta, riparo) Urtera o Bal‐ meurtière, non più in uso, è localizzabile sul Piccolo Moncenisio grazie ai documenti succes‐ sivi. 32 ASOM, SAR, S. Antonio – Almesio, Villar d’Almesio, e Trana, mazzo 1, fasc. 1, edito in RUFFINO, Le prime fondazioni, n. XVI; v. tab. 1, n. 2. 292 Ospedali e montagne. Paesaggi, funzioni, poteri nei secoli medievali (Italia, Francia, Spagna) Ruffino è dell’opinione che i confratelli si fossero spinti verso la Val di Susa molto presto perché quel varco era l’unico accessibile tutto l’anno e non troppo distante dalla sede della casa madre. Gli appellativi praeceptor in Lombardia33 e baiulus in Italia34 attribuiti al precettore Giovanni sembrano sufficienti a dimostrare il ruolo di espansione e controllo del territorio italiano settentrionale assunto sin da subito dalla comunità della Val di Susa35 . Gli antoniani differenziarono le circoscrizioni territoriali, dette prima baliaggi (bailliviae), poi precettorie o commanderie, in generali e semplici, le seconde poste sotto il controllo delle prime36 . Ranverso dovette ricevere il riconoscimento di precettoria generale in occasione del primo Capitolo generale, nel 1254, giacché esistevano sicuramente la casa di Torino e quella di Asti (dal 1202), e probabil‐ mente altre37 : le precettorie dell’area subalpina dovrebbero essersi costitute, al‐ meno in parte, nel corso del Duecento, ma sono attestate solo a partire dai secoli successivi 38 . La precettoria di Ranverso assunse una rilevanza economica tale da essere uni‐ ta, nel 1323, alla funzione di cellerario della casa madre, andando a rivestire, così, un ruolo importante e una posizione scomoda allo stesso tempo39 . In quanto de‐ tentrice dell’ufficio di cellerario, la casa di Ranverso doveva provvedere ai viveri, agli indumenti e ai panni per i religiosi della casa madre e per i malati dell’attiguo ospedale40 . In quanto precettoria generale, era tenuta al pagamento di contributi periodici alla casa madre, all’ospedale e all’abate generale, ed era obbligata alla raccolta e versamento delle questue, comprese quelle provenienti dalle precetto‐ rie subalterne. 33 Ibidem, n. II. 34 Ibidem, n. IX. 35 RUFFINO, Le origini della Precettoria, pp. 29‐31. La comunità antoniana di Roma seguirà di poco: dal 1190, infatti, si attesta un hospitale in curia Romana portatile, al servizio dei papi, v. eN‐ kING, Il memoriale, p. 232. L’ospedale vero e proprio sarebbe poi stato edificato sull’esquilino nel 1259, v. eAD., S. Andrea, pp. 46‐49. 36 Le BLéVeC, L’ordre canonial, pp. 237‐254. 37 RUFFINO, Studi sulle precettorie, p. 94. 38 Si tratta di Savigliano (attestata dal 1325), Chieri (dal 1381), Valenza (dal 1391), Fossano (dal 1410), Chivasso (dal 1433), Tortona (dal 1477), Biella (dal 1478), Cherasco (dal 1488), Casale Monferrato (dal 1494), Felizzano (XV sec.), dati estrapolati da: RUFFINO, Le prime fondazioni, pp. 176‐177; Die Antoniter; FILIPPINI, Potere politico. Nel 1254 esistevano alcune precettorie in area padana, che le fonti successive indicano come subalterne a Ranverso. Su Milano, Pietro Settimo Pasquali individuava una possibile data ante quem nel decreto sui porci di S. Antonio emanato dal podestà il 14 gennaio 1272, v. PASQUALI, Gli antoniani a Milano, p. 342, ipotesi non smentita da FILIPPINI, Potere politico. 39 La conferma dell’atto è concessa da papa Clemente VI nel 1347, v. ADR, 49 H 1219. 40 MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, p. 47 e p. 158, n. 9. 293 Rapetti, Gli antoniani della Val di Susa La precettoria segusina conobbe un buon periodo durante l’episcopato torinese dell’antoniano Goffredo di Montanaro (1264‐1300)41 , ma in generale molti dei suoi primi precettori ricoprirono altri ruoli importanti. Anzi, la guida della prima tra le precettorie generali dell’Ordine Antoniano assunse i connotati di una tappa obbligata per la mobilità sociale. Nel 1315 Amedeo V di Savoia definiva il pre‐ cettore Bernardo (deceduto ante 1323) «dilectus consiliarius noster»42 , mentre Ber‐ nabò Visconti, nel 1358, comunicava che il precettore Bertrand Mitte, futuro abate dell’Ordine (1374‐1389), godeva della sua protezione43 ; nel 1385, il precettore Bar‐ tolomeo de Montchenu diventava vescovo di Béziers44 . Al principio del XV secolo fu precettore Jean de Polley: in quegli anni rappresentò l’Ordine nella Curia ro‐ mana, al Concilio di Pisa e a quello di Costanza, fu incaricato di recuperare la precettoria generale di Firenze a seguito del grande scisma45 , e nel 1427 fu nomi‐ nato abate. Subito dopo, il ruolo di precettore di Ranverso avrebbe dovuto essere rivestito, secondo le volontà dei canonici, da Jean de Montchenu, fratello del‐ l’abate Falque (m. 1418). Martino V gli preferì invece Arnaud de Grandval: si ve‐ rificò così uno scisma interno all’Ordine, che si ricompose nel 1421 a favore di Arnaud, mentre Jean, prima di arrivare a Ranverso, fu ‘esiliato’ in Borgogna come precettore di Norges‐le‐Pont 46 . Nel corso del XV secolo la precettoria continuò a crescere, anche se si ritrovò più volte impegnata in vertenze per recuperare le quote spettanti dalle pensioni 47 . Lo stato ufficiale dell’ordine del 1478 indicava ancora Ranverso come prima tra le quarantuno precettorie generali 48 . In quel momento i religiosi assegnati erano do‐ dici 49 , mentre le case subalterne erano trentuno (Alessandria,Asti, Bologna, Brescia, 41 Gaufridus, o Geoffroy de Montaigne, già priore dell’ospedale Saint‐Antoine del Delfinato, era probabilmente il fratello maggiore di Aymon de Montaigne, ultimo gran maestro della fra‐ ternita e primo abate dell’ordine antoniano, v. MAILLeT‐GUy, Aymon, premier abbé, pp. 49‐50. 42 ASTo, Sez. Corte, Materie ecclesiastiche, Abbazie, S. Antonio di Ranverso (1774‐1777), f. 121. 43 FILIPPINI, Questua e carità, p. 231. Su Betrand Mitte, abate di Vienne v. MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, pp. 61‐62. 44 MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, p. 54. Si tenga presente che con la riforma dell’ordine del 1327 si stabilì di rafforzare il legame tra centro e periferie assegnando il governo delle precetto‐ rie a canonici provenienti dalla casa madre, v. ibidem, p. 46. 45 ADR, 49 H 1193. Sulle ripercussioni del grande scisma v. MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, pp. 61‐76. 46 MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, pp. 77‐80; p. 85 e nn. 19‐20. 47 Nel 1414, la precettoria di Bologna si rifiutò di pagare la sua quota, stabilita in 500 fiorini di buon oro annui, e a seguito di una causa si ebbe la sentenza in favore di Ranverso (ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 2, fasc. 54); nel 1445 vi furono problemi con i confratelli di Bergamo (ibidem, mazzo 3, fasc. 69). 48 ADI, 10 H 4, f. 163r. 49 Ibidem, f. 168r. 294 Ospedali e montagne. Paesaggi, funzioni, poteri nei secoli medievali (Italia, Francia, Spagna) Busseto, Cantù, Carpi, Cherasco, Chieri, Chivasso, Como, Crema, Cremona, erba, Ferrara, Fossano, Mantova, Milano, Mirandola, Modena, Parma, Pavia, Piacenza, Reggio emilia, Savona, Torino, Tortona, Valenza, Venezia, Verona, Verucchio) 50 . 3. Proprietà e attività degli antoniani di Ranverso Nei secoli di nostro interesse, gli ospedalieri andarono acquisendo boschi, campi, terreni incolti in pianura, specialmente lungo le strade principali, a Rivoli, Rosta, Avigliana, Buttigliera Alta, Pianezza e Almese. In territorio di Almese acquista‐ rono anche vigne, così come a Rivoli e ad Avigliana; nel 1202 ricevettero un bosco di castagni e una pezza di terra nei pressi di Pinerolo51 , distante circa 30 km dalla casa della precettoria; tra donazioni e compravendite acquisirono anche alcuni pascoli sul Piccolo Moncenisio, a circa 70 km da Ranverso. Sin dal principio, la maggior parte delle transazioni riguardò località nelle vi‐ cinanze di Ranverso, con una certa attenzione all’espansione dei confini attraver‐ so l’acquisto di proprietà limitrofe. Ruffino lo evidenziava per le contrattazioni e le donazioni anteriori al 129752 , ma la tendenza rimase per i due secoli successivi. Per tutto il periodo, però, si contano anche acquisti o lasciti di proprietà in luoghi non identificabili, ubicati lungo la Dora o oltre la Dora. Se le vigne furono produttive da subito53 , una parte delle proprietà incamerate nei primi secoli si rivelò decisamente poco redditizia, trattandosi di terreni ina‐ deguati all’agricoltura: troviamo i prati mareschi, ovvero paludi stagionali, e ger‐ bidi, termine piemontese per indicare i terreni incolti e brulli. Con il passare del tempo, però, le attività antoniane modificarono il paesaggio della valle. Lungo la Dora, e nei pressi di Rivoli e Avigliana, furono acquisiti diversi boschi di on‐ tani, alberi che resistono nelle aree paludose: frequentemente tagliati, davano le‐ 50 Ibidem, f. 164r. Tra queste, alcune erano a loro volta subalterne ad altre: è il caso di Como, subalterna a Milano; Busseto, Mantova, Verona subalterne a Cremona; Mirandola e Reggio emilia a Parma; Carpi, Ferrara e Modena a Bologna. Sugli antoniani in area padana v. FILIPPINI, Questua e carità; eAD., Potere politico; FeNeLLI, Porci per la città; ALBINI, Economia della carità. 51 RUFFINO, Studi sulle precettorie, p. 62 e n. 35. Un altro castagneto sarebbe stato donato al‐ l’ospedale antoniano di Mondovì nel 1471, v. ASOM, SAR, S. Antonio – Asti – …et al., mazzo 1, fasc. 23. 52 Ibidem, pp. 63‐65. 53 Nel 1268 la comunità di Avigliana pretese una quota della produzione delle vigne anto‐ niane di Almesa, ma la causa che ne seguì si risolse in favore degli antoniani, v. ASOM, SAR, S. Antonio – Gran Vigna, mazzo 1, fasc. 1. 295 Rapetti, Gli antoniani della Val di Susa gna da ardere e lasciavano spazio ai pascoli 54 . Una volta acquisiti i terreni ade‐ guati, si avviarono le colture, e poco alla volta anche i gerbidi furono convertiti in campi produttivi. Le attività agricole furono prevalentemente concesse in en‐ fiteusi e, da carte più tarde, sappiamo che i raccolti consistevano in grano, fieno, legumi, castagne e vino55 . Per quanto concerne gli allevamenti, anche a Ranverso, come nelle altre co‐ munità antoniane, doveva essere importante quello dei maiali, liberi di scorraz‐ zare per le campagne e le borgate grazie ai privilegi pontifici 56 . I documenti te‐ stimoniano la presenza dei maiali di sant’Antonio anche in altre località che dipendevano da questa precettoria. Per esempio, nel 1331 i maiali di sant’Antonio che pascolavano per le vie di Frossasco e Pinerolo furono oggetto di lamentele da parte della comunità, e il problema si ripropose più volte57 . L’allevamento dei maiali, comunque, era abbastanza diffuso in tutto il circondario58 . Le attività di allevamento comprendevano anche capre, pecore e bovini, non‐ ché animali da cortile, come testimoniano i documenti sui pascoli ma, soprattutto, 54 Nei documenti spesso è specificato che si tratta di vernetum, da verna, nome piemontese dell’ontano, v. Lessico piveronese, p. 324. In Val di Susa si trovano ontani verdi, bianchi e neri. Probabilmente le tenute antoniane avevano ontani neri, forse bianchi. Nella prima età moderna si diffuse una tecnica che consisteva nella ceduazione delle ceppaie di ontano bianco ogni cin‐ que anni, nella rimozione delle ceppaie seguita da incendio (debbio a fuoco coperto) e da un anno di coltivazione a grano o segale. Successivamente, il bosco veniva pascolato, v. SITzIA, Ecologia e gestione dei boschi, pp. 190‐196, in particolare p. 191. 55 I raccolti di grano (formento) compaiono sin dal XIII secolo: gli antoniani sono tenuti a pa‐ gare censi sotto forma di grano raccolto, come nel 1247, v. ASOM, SAR, S. Antonio – Avigliana, mazzo 1, fasc. 6, e nello stesso anno si contano più mulini di proprietà della casa di Ranverso, v. ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 1, fasc. 22. Un inventario del 1497, conservato a Lione (ADR, 49 H 1235), ci informa che i campi attigui a chiesa, convento e ospedale di Ran‐ verso erano seminati in parte a segale in parte a frumento. Inoltre, la descrizione degli ambienti ci racconta di un forno molto attrezzato, dove evidentemente si preparava il pane per tutta la comunità (frati, malati, conversi e pellegrini), e importanti erano anche le due cantine per il vino, che si direbbe prodotto o acquisito in grande quantità, e per le stesse ragioni, v. SALAMONe, Beni, arredi e paramenti, pp. 324‐325. Gli elenchi completi dei prodotti spettanti alla Precettoria sono seicenteschi, v. in particolare ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 11, fasc. 329, 1688‐1689, Stato del raccolto del grano, vino, fieno, legumi, e castagne, spettante alla mentovata Casa di Ranverso. 56 FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 154‐174; eAD., Porci per la città; eAD., Dall’eremo alla stalla, pp. 103‐127. 57 CAFFARO, Notizie e documenti, III, pp. 134‐136. 58 «L’allevamento dei suini costituiva probabilmente una delle voci attive dell’economia della zona tanto da renderne usuale l’esportazione, come parrebbe dimostrare il fatto che una tariffa del pedaggio di Torino risalente al 1344 e una tariffa del pedaggio minuto di Rivoli del 1297 prevedevano, la prima il pagamento di un denaro, la seconda di un obolo per ogni maiale acquistato in città», v. COMBA, L’economia, pp. 123‐124. Più in generale sull’allevamento nel

inventari del patrimonio: nel 1497 si registravano a Ranverso alcune arnie, numerose galline, ventitré capretti, un caprone, circa ottanta capi tra vacche, tori, buoi, vitelli di varie età, una trentina di maiali di diverse dimensioni ed età59 . Gli antoniani acquisirono anche un certo numero di case e alcuni mulini, oltre che gli ospedali di Alessandria, Asti, Mondovì, Rivoli, Valenza che si unirono a quelli di Ranverso e Torino60 . Tutte le loro proprietà, sia immobili che mobili, go‐ devano delle salvaguardie comitali. Nel 1290 Amedeo V (m. 1323), dietro sup‐ plica degli stessi antoniani, rinnovò la protezione, le donazioni e le esenzioni concesse dai suoi predecessori, sia a valle che sulle Alpi, inibendo a chiunque di molestare e recare danno ai confratelli e ai loro beni sotto pena di 25 marche d’ar‐ gento61 . Lo stesso conte concedette ulteriori salvaguardie nel 1303 e nel 131262 , e così sarebbe stato con i successori, anche in età moderna63 . Per quanto riguarda le questue, tra le principali attività antoniane, stabilite dai Capitoli generali e legittimate dalle autorità religiose su invito dei pontefici 64 , i documenti testimoniano un’intensa attività. Il fondo archivistico di Ranverso conserva alcuni privilegi episcopali, come quelli del vescovo di Vercelli del 1426 o del vescovo di Savona del 150165 . Le raccolte nei territori dipendenti da Ran‐ verso dovevano essere controllate in maniera diretta, mentre nei territori più lon‐ tani si ricorreva alle procure e agli affitti. Per esempio, nel 1391 troviamo una procura a favore di frate Giovanni Marciano per esigere le questue, i proventi e gli affitti a Valenza66 , mentre nel 1463 si registrò l’affitto di una casa a Mondovì, proprietà di Michele Ruate, nella quale si sarebbero dovuti recare i questuanti di S. Antonio inviati in quella località67 . In quanto precettoria generale, Ranverso doveva occuparsi di seguire le raccolte, o meglio i contratti di raccolta delle que‐ stue delle precettorie semplici, e assicurarsi di ricevere le rispettive quote da in‐ 59 SALAMONe, Beni, arredi e paramenti, p. 325. Nei documenti precedenti relativi ai pascoli, molto spesso, si legge solo animali, oppure animali et armenta, lasciando intendere così la pre‐ senza di greggi e mandrie, forse anche cavalli, v. ASOM, SAR, S. Antonio – Montecenisio, mazzo 1, fasc. 13 (1426 ottobre 15). 60 RUFFINO, Le prime fondazioni, pp. 171‐177; ID., Ricerche, pp. 144‐153. 61 ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 1, fasc. 6, nn. 3‐4. 62 Ibidem, nn. 5‐6, rispettivamente per 25 e 100 marche d’argento. 63 ASOM, SAR, S. Antonio – Bolle e privilegi, mazzo 2, fasc. 34; ibidem, mazzo 3, fasc. 41. 64 FeNeLLI, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 126‐154, part. p. 131. Per disposizione di Giovanni XXII, solo gli antoniani potevano raccogliere le elemosine per sant’Antonio. 65 ASOM, SAR, S. Antonio – Bolle e privilegi, mazzo 1, fasc. 4; ibidem, mazzo 2, fasc. 13. Su Ver‐ celli, località per la quale esistono poche testimonianze antoniane, v. FILIPPINI, Antiche fondazioni, pp. 62‐65. 66 ASOM, SAR, S. Antonio – Precettorie – Valenza, mazzo 5, fasc. 121. 67 ASOM, SAR, S. Antonio – Precettorie – Precettoria di Fossano, mazzo 3, fasc. 66. 297 Rapetti, Gli antoniani della Val di Susa viare alla casa madre per il pagamento di pensioni, imposte (tailles) e altri con‐ tributi richiesti 68 . Ruffino era dell’opinione che «l’ospedale di Ranverso funzionasse con rego‐ larità e i frati esercitassero lodevolmente le loro mansioni di infermieri, se non si vuole pensare che i benefattori si rassegnassero ad incrementare ad occhi aperti un’azienda agricola sotto l’insegna della carità ospedaliera»69 . L’affermazione ri‐ sale al 1956: oggi l’idea di antoniani ‘abili infermieri’ non sembra affatto condi‐ visibile. Fermo restando l’inquadramento dell’ospedale di Ranverso come un luogo di ricovero sia per miserabiles personae sia per pellegrini, i frati erano piutto‐ sto degli investitori il cui fine ultimo era quello di portare risorse alla casa madre, in costante emergenza economica. Come messo in evidenza dagli storici per altre comunità ospedaliere coeve, anche la comunità antoniana di Ranverso aveva un patrimonio da amministrare e assolveva funzioni economiche: gestiva terre, regolava i rapporti con i contadini, produceva beni 70 . Più verosimile, dunque, immaginare i nostri antoniani come amministratori di proprietà che delegavano la cura pauperum e la hospitalitas ai conversi e ai donati. Dagli inventari del 1497 e del 1499 si apprende che in quegli anni l’hospitale era dotato di sette letti, un numero non precisato di coperte e drappi, tre candelabri e diciotto piatti di stagno71 . La presenza di infermi è registrata sin dalle prime donazioni, che testimoniano anche l’esigenza di remissione dei peccati da parte dei donatori («pro remedio anime sue predecessorumque suorum»)72 , che talvolta si offrivano come donati («reddicionem et dedicionem fecerunt… se ipsos, et toto illo iure quod habe‐ ant…») 73 , nel rispetto della caritas ispirata al noto passaggio del Vangelo di Matteo (25, 31‐46). Non abbiamo motivo di dubitare dell’accoglienza dei malati, compresi 68 È il caso di Milano e Parma, v. FILIPPINI, Questua e carità; eAD., Potere politico; Piacenza, v. ASOM, SAR, S. Antonio – Precettorie – Piacenza, mazzo 1, fascc. 7‐8 (1421); Genova, v. ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 4, fascc. 94 (1482) e 100 (1502); ibidem, mazzo 5, fasc. 107 (1517). La storia degli antoniani a Genova meriterebbe ulteriori approfondimenti: l’ospedale S. Antonio del borgo di Prè, esistente dalla fine del XII secolo, fu più volte rivendicato dalla comunità di Ranverso, arrivando anche a una causa sulla raccolta delle questue che si concluse nel 1363 con l’interdizione degli antoniani, v. MARCHeSANI ‐ SPeRATI, Ospedali genovesi; HILDeS‐ HeIMeR, Une possession. 69 RUFFINO, Studi sulle precettorie, p. 55. 70 espressioni ‘prese in prestito’ da GAzzINI, Ospedali e reti, p. 23. Ripercorrendo alcuni tra i più recenti studi, la Gazzini illustra un quadro variegato di realtà ospedaliere accomunate dalla gestione di ingenti capitali, v. ibidem, pp. 23‐27. Per un approfondimento v. L’ospedale, il denaro e altre ricchezze. 71 SALAMONe, Beni, arredi e paramenti, p. 323. 72 RUFFINO, Le prime fondazioni, n. II. 73 Ibidem, n. I. 298 Ospedali e montagne. Paesaggi, funzioni, poteri nei secoli medievali (Italia, Francia, Spagna) quelli affetti dalla malattia del ‘fuoco’, su lungo periodo74 : l’ammissione di un donato nel 1589 specifica che questi aveva sofferto «il focco di San Anthonio» alla gamba sinistra, e «per il gran male» aveva invocato «l’agiuto della religione an‐ thoniana» nella persona del vicario Spirito Pogoloto. Il vicario aveva pagato le medicine e il chirurgo che l’aveva «medicato e dismembrato», e «per grazia dil Signore et intercessione di San Anthonio» era giunta la guarigione75 . È noto che la sede della precettoria fu meta di pellegrinaggi: Ranverso doveva rappresentare tappa obbligata per quei pellegrini che, provenienti dal Meridione, avrebbero proseguito per La Motte‐Saint‐Antoine e beneficiato di un anno e qua‐ ranta giorni di indulgenze come accordato dai papi ai visitatori dell’ospedale del Delfinato76 . e, viceversa, era tappa per coloro che dal Delfinato sirecavano a Roma. Le ‘tappe antoniane’ sono testimoniate da due itinerari tardo quattrocenteschi per Compostella rivolti anche ai pellegrini di Sancto Antonio77 . Questi itinerari prediligono il passaggio per il Moncenisio, a differenza di altri che, superata la Val di Susa, proseguono dal Monginevro78 . entrambi, inoltre, mostrano la ricor‐ renza del toponimo Sant’Antonio lungo la valle. Il primo di essi, ascrivibile al 1450‐1484 e pubblicato da Renato Delfiol, localizza a 2 miglia da Rivoli e 3 miglia da Avigliana «una chiesa di Santo Antonio richa», nella quale «si dà bere»79 . A cinque miglia da Avigliana indica la presenza di «una bella villa che si chiama Santo Antonio [di Susa]»80 . Più avanti, superata la villa di Susa, si imbocca la via per la villa La Ferriera, tramite la quale si arriva al Monsanese, il Moncenisio81 . Il secondo itinerario, risalente al 1477 e pubblicato da Mario Damonte, dice che S. Antonio della Aversa (di Ranverso), distante 3 miglia da Rivoli e 3 miglia da Avi‐ gliana, è «una bella chiesa ed è in fortezza» dove «si dà mangiare a chi vuole sen‐ 74 Nel 1473 gli infermi dell’ospedale di S. Antonio di Ranverso nominavano procuratore il precettore fra Giovanni Dei Marchesi di Romagnano per richiedere alle precettorie semplici le annue pensioni dovute per il loro sostentamento, v. ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 4, fasc. 91. 75 ASOM, SAR, Chiese, Fabbricati e Beni, mazzo 6, fasc. 151, in RUFFINO, L’ospedale, pp. 130‐132. 76 MISCHLewSkI, Un ordre hospitalier, p. 43; VILLAMeNA, Religio sancti Antonii (2007), pp. 122‐123. 77 «Al nome di Dio e della gloriosa Vergine Maria colla qual gratia daremo lume, a chi vo‐ lesse andare al beato messere sancto Antonio e al glorioso apostolo messere sancto Iachopo, di tutto questo viaggio fatto l’anno 1477, partendosi di Firenze, di luogho in luogho chome si truova città, ville et chastella», DAMONTe, Da Firenze a Santiago, p. 1050. 78 CAUCCI VON SAUCkeN, Relazioni italiane di pellegrinaggio, che però non prende in considera‐ zione l’itinerario pubblicato da Delfiol; per una panoramica più generale v. Guida del pellegrino di Santiago. 79 S. Antonio di Ranverso, v. DeLFIOL, Un altro «itinerario», p. 603. 80 Ibidem. Oggi comune di Sant’Antonino di Susa. 81 Ibidem. Delfiol identifica La Ferriera con Ferrera Cenisio, oggi comune di Moncenisio. 299 Rapetti, Gli antoniani della Val di Susa do pellegrino»82 , mentre nella villa Sancto Antonio, a 8 miglia da Avigliana, ci sono molte case e osterie, come a Susa e a Laferriera. 4. Gli antoniani sul Piccolo Moncenisio 4.1 L’ospizio: un dibattito superato Il valico del Moncenisio rappresentava la ‘porta’, lo snodo tra la casa madre e la prima precettoria generale, ma il Moncenisio era soprattutto frontiera tra il regno d’Italia e il regno di Borgogna: un luogo di riconosciuta importanza, insomma, un luogo da presidiare83 . Unico varco percorribile tutto l’anno, in età medievale il Moncenisio fu preferito al vicino Monginevro per la sua posizione centrale. Stando alle ricerche di Jean Bellet, fino al XIII secolo il percorso veniva effettuato attraverso il Piccolo Moncenisio e la riva sud del lago del Moncenisio. Successi‐ vamente, per causa ignota, il percorso si spostò sul Grande Moncenisio, passando per la riva nord del lago84 . La riva sud del lago fu sede di un ospizio fondato da Ludovico il Pio intorno all’82085 . Con la variazione del percorso, durante il XIII secolo fu trasferito anche l’ospizio86 . Gli itinerari citati testimoniano la presenza, sul percorso del Monce‐ nisio, di «elcharnaio, uno spedaluzo in sul piano del monte dove si mettono quel‐ li che muoiono nella neve per mali tempi»87 . Il ‘carnaio’, o chappelle des transis, era un luogo destinato a raccogliere i cadaveri congelati di chi, percorrendo la via, periva a causa di valanghe, slavine, freddo e intemperie88 . L’ospizio, invece, 82 DAMONTe, Da Firenze a Santiago, p. 1053. 83 Su strade e frontiere della via francigena v. SeRGI, Potere e territorio. 84 BeLLeT, Le col du Mont-Cenis, pp. 10‐16. 85 Si ha la prima notizia da un documento di Lotario I del 14 febbraio 825, v. SeRGI, L’aristocrazia, p. 122 e n. 4. 86 BeLLeT, Le col du Mont-Cenis, p. 64. 87 DAMONTe, Da Firenze a Santiago, p. 1054: il charnaio si trovava tra l’attuale comune di Mon‐ cenisio e Lanslebourg, prima del lago; v. anche DeLFIOL, Un altro «itinerario», p. 603: «in sul Monsanese si truova quello carnaio de morti che si truovano nella neve». 88 CASTeLNUOVO, Difficoltà e pericoli del viaggio, pp. 455‐456 e n. 33. Passati i mesi più freddi, i cadaveri venivano rimossi e, quando possibile, restituiti alle rispettive famiglie. Simili cappelle si trovavano in altri passi alpini, come il San Bernardo (v. ibidem, p. 456). Sui rischi per chi per‐ correva le vie delle Alpi v. anche ID., Les Alpes et leurs dangers. Nel 1579, il medico Ambroise Paré testimoniava di aver medicato molti soldati che, passando il Moncenisio d’inverno, ave‐ vano perduto le orecchie, o gli avambracci, o le dita dei piedi a causa del freddo, v. FOSCATI, Ignis sacer, Appendice, p. 203. L’itinerario del 1477 parla di una tavernuzza situata sul piano del Moncenisio subito dopo lo Elcharnaio, v. DAMONTe, Da Firenze a Santiago, p. 1054. 300 Ospedali e montagne. Paesaggi, funzioni, poteri nei secoli medievali (Italia, Francia, Spagna) fungeva da luogo di ricovero per i poveri e per i pellegrini, e fino alla documen‐ tazione due‐trecentesca non si incontra alcun riferimento ai malati. Probabilmen‐ te, questa categoria di ospiti non rientrava tra le finalità della struttura89 . Gli storici sono stati talvolta in disaccordo in merito alle origini e ai primi secoli di storia dell’ospizio, intitolato a S. Maria. L’assenza di documenti per i secoli X e XI, e il riscontro di interpolazioni per quelli del secolo successivo, hanno reso più complicato ricostruire lo sviluppo dell’istituzione. La presenza degli anto‐ niani in Val di Susa e le loro proprietà sul Moncenisio hanno talvolta fatto ipo‐ tizzare che l’ospizio fosse gestito da loro, ma è assodato – ormai da decenni – che non fu così. Già nel 1956 Italo Ruffino illustrava, ma non condivideva, le teorie che attri‐ buivano l’esistenza e il funzionamento dell’ospizio del Moncenisio agli antoniani, ovvero quelle di Annibale Saluzzo (1845)90 e Marc‐Antoine De Lavis‐Trafford (1950)91 . Sul Saluzzo, in particolare, metteva in evidenza l’assenza di fonti a sup‐ porto di quella che doveva essere una sua supposizione, e del Lavis‐Trafford si limitava a dire che riprendeva il primo. Gli elementi riscontrati dal Ruffino por‐ tano tutti a escludere l’appartenenza dell’ospizio agli antoniani 92 . Ancora nel 1963, Raymond Oursel riprendeva Lavis‐Trafford e affermava che dall’Ordine di S. Antonio dipendeva, con l’intermediazione dell’ospedale di Susa, l’ospizio del Moncenisio93 . L’estraneità degli antoniani, però, è stata confermata nel 1960 da Giovanni Donna D’Oldenico94 e soprattutto dagli studi successivi di Giuseppe Sergi 95 , il quale, anche sulla base degli studi diplomatistici di Carlo Cipolla96 , ha datato la sottomissione dell’ospizio al priorato benedettino di Novalesa, «salda‐ mente inserito nella sfera di influenza dei conti di Savoia»97 , al principio del XIII secolo98 . 89 SeRGI, L’aristocrazia, pp. 123‐124. Una fonte secondaria molto tarda, la Description historique de l’Italie en forme de dictionnaire, del 1790, spiega che l’ospedale serviva da rifugio per tre notti «aux pauvres passans», v. FOSCATI, Ignis sacer, pp. 203‐204 e n. 657. 90 SALUzzO, Le Alpi, I.I, p. 532, n. 16. 91 LAVIS‐TRAFFORD, L’Evolution de la Cartographie du Mont-Cenis, pp. 30‐31. 92 RUFFINO, Studi sulle precettorie, pp. 58‐60. 93 OURSeL, Les pèlerins du Moyen Age, p. 82. 94 DONNA D’OLDeNICO, L’ospizio del Moncenisio. Della stessa opinione BeLLeT, Le col du MontCenis, p. 57. 95 SeRGI, «Domus Monti Cenisii», studio aggiornato in ID., L’aristocrazia, pp. 121‐164. 96 Monumenta Novaliciensia, I, pp. 71‐73; CIPOLLA, Ricerche, pp. 177‐178; v. SeRGI, L’aristocrazia, pp. 124‐129. 97 SeRGI, L’aristocrazia, p. 136. 98 Ibidem, pp. 124‐129. 301 Rapetti, Gli antoniani della Val di Susa 4.2 I documenti antoniani relativi al Piccolo Moncenisio In ragione della soppressione del 1777, il fondo archivistico della precettoria an‐ toniana di Ranverso passò, con tutte le altre proprietà, all’Ordine Mauriziano99 . La Sacra Religione dei Santi Maurizio e Lazzaro, sorta nel 1572100 , fu scelta come destinataria delle proprietà antoniane per la condivisione di finalità ed esperien‐ ze: gestione ospedaliera e amministrazione di ingenti patrimoni. Nel 1798, però, la Consulta del Piemonte nazionalizzò i beni dell’Ordine Mauriziano. Due anni dopo gli archivi mauriziani passarono alla Camera dei Conti, poi agli archivi di Corte e a Parigi. Solo dopo il rientro del re di Sardegna a Torino, nel 1814, si re‐ cuperarono i documenti dispersi e si ricostituì l’archivio mauriziano, trasferito nella sede attuale nel 1886101 . Ancora oggi, dunque, i documenti versati al mo‐ mento della soppressione dell’Ordine Antoniano si trovano nell’Archivio storico dell’Ordine Mauriziano, custoditi dall’omonima fondazione102 . Al loro ingresso nell’archivio mauriziano, le carte antoniane furono organiz‐ zate in trentadue ‘argomenti’, individuati prevalentemente su base territoriale, e conservate in mazzi numerati 103 . All’interno di ciascun argomento, i documenti furono ordinati cronologicamente oppure, se relativi a più territori, ulteriormente suddivisi su base territoriale e poi ordinati cronologicamente. L’ordinamento ri‐ sente del metodo ‘per materia’, molto diffuso nel Settecento104 . La suddivisione in località con ordine cronologico dei documenti al suo interno ha comportato rotture del vincolo tra i documenti e, scorrendo l’inventario, si può avere l’im‐