Dal dio celtico Lug a Sant’Antonio Abate. Le radici lontane di una festa.

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Dal dio celtico Lug a Sant’Antonio Abate. Le radici lontane di una festa.

 di G. Presciutti, M.Presciutti, G.Dromedari

Pianello di Cagli 17 gennaio 1939 (XVIII dell’era fascista come è annotato sul retro della foto)-
Festa di Sant’Antonio Abate

I festeggiamenti per l’annuale ricorrenza di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) ci inducono ad alcune riflessioni su una tradizione che, a differenza di altre, non è mai venuta meno e che anzi negli ultimi anni sta conoscendo un nuovo vigore, in particolare a Pianello di Cagli (Pu), grazie anche all’impegno solerte di volontari e associazioni locali che si adoperano per la buona riuscita della manifestazione.  Quella di Sant’Antonio abate, comunemente venerato come protettore degli animali, è una festa genuina, ancora non colonizzata dagli artifici della società consumistica e, grazie a questa “purezza”, ha ancora un sapore autentico, immediatamente percepito da coloro che, numerosissimi, partecipano in vario modo alle celebrazioni. Certo, tutti conoscono il significato più recente di questa festa, così importante per un’economia rurale dove la salvaguardia della salute e del benessere degli animali era fondamentale per assicurarsi il pane quotidiano, pochi però, crediamo, ne conoscono le radici più antiche e profonde, che, attraversando storia e memoria della recente civiltà contadina, si ricollegano direttamente ad antichi culti pagani e/o celtici.

Gli animali in passato, così come oggi, hanno sempre avuto una funzione fondamentale nelle nostre comunità. Certo, il rapporto fra uomini e animali è molto cambiato nel corso degli anni: oggigiorno è l’uomo che, con i frutti del proprio lavoro, nutre gli animali (cani, gatti, uccelli, pesci, criceti, etc.), mentre per i nostri avi accadeva esattamente l’inverso, erano loro che traevano nutrimento, diretto e indiretto, dal lavoro e dalla fatica di buoi, muli, e cavalli e dalla mungitura e dalla macellazione di pecore, maiali e animali da cortile.  Questa considerazione, già da sola, sarebbe sufficiente per  riflettere sul cambiamento profondo determinatosi nella nostra società e su quanto ci siamo allontanati dalla consapevolezza che il nostro nutrimento può essere tratto soltanto dai frutti della terra e che  rispettare la terra e il suo equilibrio significa innanzitutto rispettare noi stessi.

Se torniamo a capire la funzione primaria e primordiale degli animali, comprendiamo meglio anche il motivo della popolarità di una festa tradizionale, quella di Sant’Antonio abate, che si celebra il 17 gennaio di ogni anno.

Il classico “santino” di Sant’Antonio Abate che trovavamo esposto in tutte le stalle

Chi di noi ha superato da qualche anno la classica “mezza età”, certamente ricorderà che in ogni stalla o luogo dove erano custoditi degli animali, piccoli o grandi che fossero, non mancava mai un’immaginetta del loro santo protettore, Sant’Antonio appunto, sormontata da un piccolo rametto di ulivo benedetto. Era quello il modo attraverso cui la devozione popolare affidava la custodia e la protezione di quanto avessero di più prezioso, al santo anacoreta del III secolo. La perdita di quegli animali, per malattia o qualsiasi altra disgrazia, avrebbe potuto far correre, per quelle economie rurali di sussistenza, il serio rischio di andare incontro a un periodo di fame e stenti. E’ in queste motivazioni profonde che trae origine la devozione contadina verso Sant’Antonio abate, una devozione talmente radicata nelle zone rurali del nostro paese, che, in alcune località, è passata quasi indenne attraverso la modernità e ora trova nuova linfa nella riscoperta delle tradizioni e nella voglia di conoscere un mondo ormai scomparso.

I registri dell’abbazia di S.Pietro di Massa testimoniano in modo inequivocabile l’importanza della ricorrenza, infatti nel volume riportante l’elenco degli “Offici” celebrati presso l’abbazia, viene riservato un capitolo a sé stante all’”Officio di S.Antonio”, a riprova dell’importanza che questo rivestiva nell’ambito delle celebrazioni dell’anno liturgico. Andando poi a rileggere le annotazioni che, anno dopo anno, furono apposte, balza subito agli occhi la numerosità dei celebranti, in alcuni casi anche dieci, con la partecipazione di preti, canonici, frati, priori e, spesso, anche del Vescovo.

Il libro degli “Offici” dell’abbazia di S.Pietro di Massa

Più complesse e articolate sono invece le origine remote della devozione verso Sant’Antonio, che riconducono in modo certo e diretto a riti dell’antichità pagana celtica e romana ai quali si è poi andata via via sovrapponendo la religione cristiana che ha sapientemente dirottato quei culti verso devozioni più “ortodosse”.

Il lungo periodo intercorrente fra il solstizio d’inverno e l’equinozio primaverile, nella religione romana arcaica, era costellato da numerose cerimonie il cui fine ultimo era quello di purificare uomini, animali e campi, propiziando gli dei affinché questi favorissero il nuovo corso della natura, che stava per avviare un nuovo ciclo con l’arrivo della primavera. Alla fine di gennaio si celebravano le Feriae sementinae in onore delle divinità Cerere e Terra, alle quali si offrivano pozioni di latte e mosto cotto e si sacrificava loro una scrofa gravida accompagnata da un’offerta di farro, mentre gli animali da lavoro venivano addobbati con fiori e lasciati a riposo.

Una pagina del registro degli “Offici di Sant’Antonio”

Nel calendario odierno troviamo molte feste che richiamano questi “riti di passaggio” e quella di Sant’Antonio Abate è senz’altro la più importante di tutte. D’altronde, come scrive A. Cattabiani nel suo libro Calendario, “nella storia dell’evangelizzazione è sempre successo che i convertiti trasferissero all’interno della nuova fede usanze e riti della precedente, perché si trattava di tradizioni a cui non potevano rinunciare, pena la perdita della loro identità”.

Uno degli attributi iconografici di Sant’Antonio, insieme con il fuoco (che ha una funzione purificatrice e dalla quale discende la tradizione di accendere falò la sera prima della festa nonché il legame di Sant’Antonio con l’herpes zoster), è il maialino, che in origine era un cinghiale, il quale, a sua volta, era l’attributo di un dio celtico, chiamato Lug,  rappresentato come un giovane che porta in braccio l’animale.

Il dio-cervo Lug era colui che risorgeva ogni anno assicurando così il ritorno della primavera e della luce, garantendo quindi la fecondità e la vita. Per i celti convertiti fu proprio Sant’Antonio Abate a raccogliere le funzioni purificatorie e propiziatorie del dio-cervo Lug, caricando così di ulteriori significati le celebrazioni della memoria di questo santo.

Insomma, da Lug a Sant’Antonio, attraverso Cerere, Terra e … molto altro, un mondo di riti e tradizioni  che meritano di essere riscoperte e studiate.

 

Una rappresentazione del dio cervo Lug

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