Vincent Van Gogh e Paul Gauguin furono due artisti straordinari.Eliminare il superfluo, l’impotenza, gli ingombri l’utopia astratta per coltivare la potenza vitale dell’essenziale.”

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L’amicizia tormentata di Van Gogh e Gauguin

Vincent Van Gogh e Paul Gauguin furono due artisti straordinari, rivoluzionari nei loro stili pittorici e legati da una profonda e tormentata amicizia; eppure entrambi furono incompresi dai loro contemporanei. Il loro rapporto artistico e personale fu fondamentale per entrambi, nel periodo che condivisero la casa ad Arles in Provenza la loro produzione artistica fu molto influenzata dalla loro collaborazione, ma i loro caratteri opposti fecero in modo che la convivenza fosse molto complicata. Erano consapevoli di questa loro incompatibilità, sapevano sin dall’inizio che non avrebbe mai potuto funzionare eppure cercarono sempre di mantenere insieme la loro intesa.

Van Gogh è quello che dei due tentò con più forza di coltivare questa amicizia, egli credeva che Paul Gauguin avesse un potenziale artistico al di sopra di ogni altra persona. Gauguin era dello stesso parere nei confronti dell’amico, ma era spesso turbato dal carattere instabile di Van Gogh.

Nonostante l’amore appassionato per l’arte che li accomunava i due artisti erano molto diversi, sia per carattere che per la loro storia personale.

Vincent Van Gogh

Van Gogh nacque in Olanda e fin da giovane espresse la sua passione per il disegno, poi in collegio si dedicò anche alla pittura. Figlio di un pastore protestante sentiva una vocazione religiosa molto forte, rimanendo per molto tempo incerto fra la vocazione per la carriera religiosa e la pittura. Nel 1880 lasciò definitivamente il sogno di diventare predicatore e iniziò a frequentare, grazie all’aiuto economico del fratello Theo, corsi alla scuola d’arte di Bruxelles e all’Aja, dove prese lezioni anche dal pittore Anton Mauve.

Nel 1886 si era trasferito a Parigi da suo fratello Theo dove scoprì i lavori di Monet, Renoir, Degas, e dove incontrò per la prima volta il suo amico Paul Gauguin.

Paul Gauguin

Paul Gauguin nacque a Parigi, i suoi genitori, il giornalista francese Clovis Gauguin e Aline Marie Chazal, erano grandi oppositori del regime politico di Napoleone III, per cui furono condannati all’esilio e nel 1849 dovettero lasciare la Francia quando Paul aveva solo un anno, per partire alla volta del Perù. Rientrato in Francia studiò a Orléans e a Parigi; all’età di diciassette anni iniziò a viaggiare per mare toccando i più importanti porti del mondo. Nel 1883 Gauguin iniziò a dedicarsi totalmente alla pittura, alla quale si era accostato agli inizi degli anni Settanta dell’Ottocento. Sempre alla ricerca di una vita semplice, primitiva, libera e senza condizionamenti, lontana dalla cultura soffocante, si trasferì prima in Bretagna e nel 1888 ad Arles assieme a Van Gogh.

Il 1888 fu anche l’anno in cui lo zio di Vincent e Theo morì, lasciando a quest’ultimo in eredità un’ingente somma di denaro. Da questa eredità si originò la collaborazione di Van Gogh e Gauguin e la loro convivenza in Provenza. Theo investì l’eredità ricevuta su suo fratello Vincent, sostenendolo economicamente per aiutarlo nella sua attività artistica, ma anche su Gauguin, che pagava 150 franchi al mese per vivere con il fratello nella Casa Gialla di Arles e produrre 12 quadri l’anno.

La proposta di Theo a Gauguin non fu dettata solo dall’ammirazione e dall’amicizia: egli infatti voleva qualcuno che tenesse d’occhio il suo fragile fratello. Van Gogh era un appassionato, ma tormentato artista, insicuro e probabilmente affetto da bipolarismo; questa convivenza organizzata dal fratello era una soluzione ingegnosa per far sì che Vincent non si sentisse smarrito, solo e vulnerabile, ma che potesse trarre vantaggio dalla compagnia di Gauguin. Anzi, che entrambi potessero trarne profitto da questa collaborazione.

La camera di Vincent ad Arles, Vincent Van Gogh

Infiammato da questa convivenza con l’amico Gauguin, Van Gogh realizzò ben duecento dipinti e cento altre opere tra disegni e acquerelli. In questo prolifico periodo vi sono le sue opere più famose come La sedia di VincentLa camera di Vincent ad Arles e Notte stellata sul Rodano, oltre che alla famosa serie dei Girasoli.

Notte stellata sul Rodano, Vincent Van Gogh

La produzione di Gauguin fu meno proficua dell’artista olandese, poiché risentiva molto del disagio dello stesso Gauguin che non riusciva ad apprezzare la convivenza e la “follia” latente dell’amico. Il malessere di Gauguin era già iniziato prima di arrivare ad Arles ma crebbe ulteriormente per l’ambiente spiacevole, i continui sbalzi d’umore di Vincent, ma soprattutto per l’abisso che si creò tra lui e l’amico. Di questo periodo sono arrivate fino a noi alcune delle sue opere più conosciute come Caffè di notte ad Arles e Vincent Van Gogh che dipinge girasoli.

Vincent Van Gogh che dipinge girasoli, Paul Gauguin

Entrambi sono degli artisti che, non seguendo la corrente pittorica della loro epoca ma solo il loro istinto creativo, sono poveri, maltrattati e giudicati pazzi. Gauguin, nonostante tutto riesce a vendere qualche quadro su commissione, mentre Van Gogh, malgrado la produzione frenetica, non riuscì mai a vendere un quadro.

La situazione peggiora ulteriormente durante una gita dei due amici a Montpellier, al museo Fabre, quando Vincent comincia a manifestare sempre di più segni di malessere che si presentano sotto forma di piccole crisi psichiche e che rendono nervoso e spaventato Gauguin, il quale decise di partire e andare in Bretagna. Questa notizia sconvolge Van Gogh che, incapace di controllare la sua instabilità emotiva e la sofferenza nel vedere il suo amico abbandonarlo, si ferisce ad un orecchio (anche se sul famoso episodio ci sono varie versioni); il fratello Theo accorrerà ad aiutarlo e lo farà per qualche tempo rinchiudere in un manicomio per permettergli di riprendersi. E’ durante tale periodo che dipingerà uno dei suoi tanti autoritratti in cui si vede la ferita fasciata Autoritratto con orecchio bendato.

Autoritratto con orecchio bendato, Vincent Van Gogh

L’esperimento organizzato dal fratello di Vincent fallisce dopo solo nove settimane e le strade di Van Gogh e Gauguin si separano per sempre. Gauguin si recherà in Bretagna, mentre per Vincent iniziò un lungo calvario per riuscire a risanare le sue fragilità, ma nel luglio 1890 Vincent, sopraffatto dalle paure e dalle insicurezze, si sparò al petto, mettendo fine alla sua breve e dolorosa esistenza.

La loro amicizia era una di quelle capaci di influenzare e infiammare la creatività di entrambi, ma la convivenza “forzata”, la follia latente di Van Gogh e l’insoddisfazione di Gauguin rovinarono quella che sarebbe potuta essere una delle più produttive e ragguardevoli collaborazioni artistiche del XIX secolo.


 

Il tempo che stiamo vivendo è drammatico, imprevedibile, inatteso, ingovernabile.

Ma cosa ci sarà dopo?

Baricco ci ha invitato a pensare al tempo che verrà evocando la figura dell’audacia.

“Mettere da parte la tristezza, e pensare: cioè capire, leggere il caos, inventariare i mostri mai visti, dare nome a fenomeni mai vissuti…”  e mettersi “Al lavoro dunque, ognuno nella misura delle sue possibilità e del suo talento.”

Recalcati parla del “tempo che stiamo vivendo come il tempo di un trauma collettivo” e di “provare a guardare oltre mentre si è ancora chiusi nelle nostre case, impietriti dalla paura.” Possiamo “rispondere in due modi alla lezione potente del trauma: fingere di tornare a vivere come prima, come se nulla fosse accaduto, oppure” …  “provare a trarre da questa impensata potenza negativa una forza nuova. Pendere il trauma come un’occasione potente di trasformazione.”

Eliminare il superfluo, l’impotenza, gli ingombri l’utopia astratta per coltivare la potenza vitale dell’essenziale.”

E se è vero che nessuno si salva da solo, il sentirci uniti ci può aiutare in questo momento storico così difficile e vorrei condividere con voi un pensiero, un artista: Paul Gauguin.

Il primo aprile di tanti anni fa, nel 1891, dopo una prima esperienza in Provenza con Van Gogh, Paul Gauguin a quarantatré anni salpa da Marsiglia a bordo della nave Océanien, e si dirige a Tahiti, in Polinesia.

“Verrà un giorno in cui mi rifugerò nella foresta in un’isola dell’oceano a vivere d’arte, seguendo in pace la mia ispirazione”.

Fugge dalla metropoli parigina e dal fermento di fine Ottocento, alla ricerca di un mondo in cui la protagonista principale è la natura incontaminata con cui l’uomo convive in perfetta armonia (amava definirsi “il grande Savage”).

La Polinesia rappresenta per Gauguin un “ritorno alle origini”, in una terra meravigliosa e paradisiaca in cui tutto era senza tempo. Gli sembrava di ritrovare l’anima della sua amata nonna materna, Flora, un’attivista socialista peruviana da considerarsi una delle primissime femministe della storia moderna.

Occorreva essere audaci e sognare in grande.

Quella giornata segna l’inizio di un viaggio interiore, personale, complesso che porterà Gauguin, dopo due mesi di navigazione, dall’altra parte del mondo, alla ricerca disperata e febbrile di una vita primordiale, autentica, essenziale e di una nuova pittura.

A Tahiti trova tutto ciò che stava cercando.

Lì dipinge, nel 1897, la sua tela più famosa e monumentale: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

La crea in un momento tra i più tristi della sua vita: è malato (aveva seri problemi al cuore ed era sifilitico), in lotta con le autorità locali, isolato sia fisicamente che artisticamente ed aveva appena appreso la notizia della morte della sua figlia prediletta, Aline, e pensava di farla finita ingerendo arsenico. Prima però, si dedica giorno e notte alla pittura.

Il dipinto rappresenta la sua interiorità, tutto ciò che ha imparato dalla vita, una riflessione sull’esistenza, sull’uomo moderno, il suo testamento spirituale.

Nonostante le dimensioni epiche riesce a realizzarla in un solo mese lavorandoci a ritmi ossessivi e frenetici.

“Ho cercato di tradurre il mio sogno in uno scenario suggestivo, senza fare ricorso a mezzi letterari e con una tecnica quanto mai semplice.”

Non c’è stato alcun disegno preparatore, alcuno studio, il dipinto viene fuori di getto.

“Innanzitutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!

In un paradiso tropicale che si era lentamente tramutato in inferno Gauguin ha la forza di infondere in questo quadro tutta la carica vitale delle sue pennellate e, ovviamente, del suo temperamento.

Con l’arte risponde alle paure della vita, a tutte le sue angosce e ai quesiti eterni esistenziali dell’uomo.

Ecco chi siamo: nasciamo, viviamo per stare insieme agli altri, cogliamo il frutto della giovinezza e invecchiamo apprezzando quello che è stato.

«Prima di morire ho trasmesso in questo quadro tutta la mia energia, una così dolorosa passione in circostanze così tremende, una visione così chiara e precisa che non c’è traccia di precocità e la vita ne sgorga fuori direttamente».

L’opera va letta da destra verso sinistra, cerchiamo di rispondere alle domande che Gauguin ci fa nel titolo.

Innanzitutto, guardiamo lo scenario: sullo sfondo il mare e le cime dell’isola vicina. Immediatamente un ruscello sovrastato da alberi. Tutto viene realizzato da irreali blu e verde veronese. I colori antinaturalistici che sceglie l’artista sono ciò nonostante efficacissimi: tanto lontani dalla realtà quanto evocativi.

Per Gauguin non è importante realizzare la fedeltà di ciò che vede ma tradurre nei suoi colori puri e brillanti l’emozione e la forza che la natura infonde a chi la guarda e la vive.

Da dove veniamo?

 

FONTI

 

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