Settembre 2012 BENI CULTURALI / PIEMONTE Sant’Antonio di Ranverso, un patrimonio da tutelare… Ne siamo sicuri?

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FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI
PER LA TERRA E IL PAESAGGIO

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Desta notevole preoccupazione tra i cittadini di Rosta e Buttigliera la decisione della Regione Piemonte di rendere alienabile il terreno attorno all’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, nella Bassa Val di Susa, alle porte dell’area metropolitana torinese.

La giunta Cota ha reso alienabile quest’area, di elevato valore culturale, paesaggistico e ambientale, e conta di mettere in vendita un appezzamento che fa gola, data la sua posizione accanto a mercati immobiliari interessanti. Un affare interessante per i bilanci della Regione, che incamererebbe sull’ordine di 1,5 milioni di euro per l’alienazione dei terreni considerandoli agricoli, commerciabili a un “prezzo” di 3 euro al metro quadro.

Non solo, ma quest’area, che approssimativamente si estende per 500mila metri quadri, diventerebbe ancor più “interessante” se la Regione approvasse la rimozione del vincolo di tutela paesaggistica apposto dalla precedente giunta Bresso, che aveva tentato di salvaguardare l’area non solo apponendo il suddetto vincolo, ma anche acquistando di tasca sua i terreni.

Ragionevolmente l’area politica di opposizione ha recentemente espresso malcontento, attraverso gli interventi del consigliere regionale del Pd Nino Boeti, noto politico rivolese, e soprattutto attraverso le esternazioni del sindaco di Rosta, Andrea Tragaioli, e il vicesindaco della contigua Buttigliera Alta, Mauro Usseglio-Min, convinti oppositori dell’operazione, ma, in quanto esponenti politici di livello comunale – quello maggiormente responsabile delle trasformazioni del territorio – maggiormente esposti alle mire speculative dei privati. In prima fila tra gli oppositori anche il Movimento 5 stelle, che ha espresso notevole preoccupazione attraverso il capogruppo in consiglio comunale a Rosta, Dimitri De Vita.

A questo punto della situazione si prospettano due possibili strade da percorrere.

La vendita del terreno con destinazione agricola e incorporato vincolo paesaggistico potrebbe essere comunque una soluzione che “salva capra e cavoli, in quanto la Regione incamererebbe gli utili ma, di fatto, non verrebbe modificato lo stato di fatto. Tuttavia sarebbero in pochi i potenziali acquirenti interessati ad appezzamenti agricoli in un territorio pieno di terreni coltivabili.

La seconda strada, quella da evitare, è rappresentata dall’eliminazione del vincolo paesaggistico e la cessione a privati dei terreni come parzialmente edificabili. Anche in questo caso verrebbero salvaguardati gli interessi di bilancio della Regione, ma non quelli delle comunità locali, a cui però, spetta l’ultima parola: solo attraverso la formazione di un Piano Regolatore comunale possono essere attribuiti indici di fabbricabilità ai terreni, e non è detto che gli attuali sindaci siano intenzionati a farlo…

Francesco Siviglia

 

(foto tratta da www.minniti.info)
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