Va, inoltre, segnalato come nello statuto dell’Ordine Mauriziano fosse prevista la presenza di un rappresentante della Diocesi di Torino.

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Va, inoltre, segnalato come nello statuto dell’Ordine Mauriziano fosse prevista la presenza di un rappresentante della Diocesi di Torino, mentre un’analoga disposizione non è contenuta nel decreto-legge all’esame. Che ne sarà dei sacerdoti che operano all’interno del Mauriziano e che ottemperavano al purtroppo dimenticato fine di culto sancito dallo statuto dell’Ente e garantito costituzionalmente?

Come non esprimere preoccupazioni rispetto alla Chiesa Abbaziale  di Sant’Antonio di Ranverso, che è un luogo di culto, è una “res sacra“, è una parrocchia consacrata fin dal 1804 e dunque ne va mantenuto l’uso sacro senza incompatibilità per la destinazione culturale del bene, che va dunque disciplinato – mi sono fatto carico di un emendamento in tal senso – con un preciso richiamo all’articolo 831 del codice civile e, ancor meglio, alle intese Stato Italiano-Santa Sede?

Un bene mobile o immobile è sacro indipendentemente dal fatto di chi ne detiene la proprietà. E’ sacro in forza della destinazione e della dedizione. V’è necessità di una preventiva autorizzazione dell’ordinario diocesano sull’uso dopo aver sentito il parroco, cui spetta la vigilanza sulla res sacra; l’imposizione di una sorta di affitto del bene sacro crea una parvenza di uso commerciale del bene in questione, con la considerazione meramente o prevalentemente museale della chiesa parrocchiale, laddove questo primo aspetto risulta a scapito del secondo.

Non si ritiene, pertanto, consona la prassi instaurata in questi anni.

In particolare, emerge la disciplina dei beni culturali di interesse religioso tenendo conto dell’articolo 5 della legge 25 marzo 1985 n. 121, del Protocollo addizionale ai Patti lateranensi e dell’articolo 12, che disciplina un regime di collaborazione per la tutela del patrimonio storico-artistico tenendo conto del principio di bilateralità e dunque della “previa intesa” riguardante i beni destinati all’esercizio del culto.

CHIESA DI S. ANTONIO DI RANVERSO – Pervenuta all’Or- dine per Bolla di Pio VI del 17 dicembre 1776. Medianti però alcune riserve a favore della Sede Apostolica per la Chiesa di Sant’Antonio di Ranverso..

L’ interessante articolo di don Paolo Tondelli è ampiamente condivisibile. Ma c’ è un “però”: per quanto attiene la mia esperienza, e non solo nella mia parrocchia, questi laici cui accenna don Paolo scarseggiano. Purtroppo, quando un prete viene assegnato a una parrocchia, nella maggior parte dei casi si trova con un nucleo ristretto di laici, che “gestiscono” la parrocchia da molti anni e, in buona fede, credono di esserne i depositari. È comprensibile, quindi, che i parroci si affidino a loro. Accade però che questi, umanamente, stabiliscano un cerchio attorno a loro, per cui ogni altro laico che voglia inserirsi, collaborare, proporre nuovi progetti, far aprire la comunità anche all’ esterno ecc. venga in pratica lasciato fuori. Occorrerebbe sollecitare i parroci a essere più aperti e accoglienti con tutte le forze laiche pronte a contribuire; convincere anche “gli zoccoli duri” a essere più disponibili e collaborativi con tutti coloro che si prestano, anche se non fanno parte del loro giro; uscire, come sollecita papa Francesco, oltre i consolidati confini dei gruppi parrocchiali e rendere la comunità parrocchiale vera fucina di nuove idee e di visibilità esterna, specie nell’ attenzione alla pastorale familiare.

GIULIO MARINO

Ho raccolto tre risposte, tra quelle che sono arrivate, alle sollecitazioni di don Paolo pubblicate sul n. 7. Ringrazio tutti i lettori per i loro interventi. Il tema della partecipazione dei laici è sempre di grande attualità. Bisogna vincere il clericalismo, come sottolineavo nella precedente risposta, ma anche rendersi conto che la Chiesa è formata da ciascuno di noi, non è proprietà privata del parroco o del vescovo, né è un semplice centro di servizi a cui far riferimento per alcune tappe della vita.