Biografia di Salvatore Cirillo per 32 anni e stato il postino di Buttigliera Alta

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Cirillo IL MIO Salvatore Cirillo vi racconto il mio LAVORO da postino

 

Tutto è cominciato quando ho ricevuto a casa il telegramma delle Poste Italiane, nel quale mi veniva comunicato che ero rientrato nella graduatoria per sostituto portalettere per la provincia di Torino.

Dovevo presentarmi nella sede principale di Via Alfieri nel centro di Torino per il colloquio.

Entrai nel grande atrio di un elegante palazzo ottocentesco con soffitti molto alti e ampie stanze adibite a uffici che affacciavano su lunghi corridoi, da cui si organizzava tutto il complesso lavoro svolto dalle Poste.

Finalmente, individuai l’ufficio in cui mi dovevo presentare.

L’impiegato addetto al colloquio con i nuovi assunti, dopo avermi fatto accomodare, mi spiegò a grandi linee in cosa consisteva il mio lavoro, i diritti e i doveri a cui dovevo ottemperare, e soprattutto, che la mia assunzione non era a tempo indeterminato.  Avrei dovuto sostituire i portalettere di ruolo, assenti a causa di malattie, permessi, ferie, infortuni o zone vacanti, fino alla copertura delle stesse, una volta messe a concorso.

Prima o poi anch’io, dopo aver scalato quella interminabile graduatoria, sarei diventato di ruolo. Non avrei più girovagato da un paese all’altro, con l’ansia di dover imparare le vie e i cognomi degli abitanti delle stesse, né avrei avuto a che fare con cani sconosciuti pronti ad “assaggiare” il nuovo postino.

Le decine di ore di straordinario lavorate fuori dall’orario stabilito per terminare il giro, non erano retribuite, anzi non bisognava pubblicizzare la cosa perché secondo il contratto non ci si poteva fermar a lavorare per motivi di sicurezza.

Questa clausola contrattuale, naturalmente ipocrita, faceva molto comodo all’azienda.

Tutti sapevano, sindacati compresi, che per diversi giorni prima di imparare il percorso,  le sue difficoltà e consegnare tutta  la corrispondenza,che l’orario normale  non bastava.

Ai sindacalisti importava più la loro carriera che i diritti dei lavoratori, in quanto, molti di essi, oltre ad essere tali, erano dipendenti che riducevano al minimo i contrasti con l’azienda e i superiori da cui dipendevano.

I frutti di questa collaborazione crescevano in fretta: la  loro carriera era veloce e soddisfacente. Molto apprezzati erano anche quei dipendenti che non davano problemi alle due istituzioni.

Prima di accettare quel nuovo lavoro, ebbi qualche dubbio nel lasciare il vecchio, che facevo senza entusiasmo, come la maggior parte di chi era costretto a farlo per vivere cioè: addetto alla pulizia dei vagoni ferroviari, ove se ne vedevano di tutti i colori, e si toccava con mano veramente di tutto. L’unica nota positiva era che il lavoro era sicuro.

Tra questo, e uno più dignitoso, anche senza le garanzie dovute, scelsi quest’ultimo.

La mia scelta non intaccava la stima verso chi era stato costretto, come me, a farlo per necessità, o perché non aveva alternative. Ognuno di loro aveva una storia più o meno difficile alle spalle, che io avevo conosciuto e compreso, durante la mia permanenza in quell’ambiente.

Terminato il colloquio positivamente, il mio interlocutore mi disse che dovevo presentarmi il giorno seguente presso l’ufficio postale di Rubiana,  distante qualche chilometro dal mio luogo di residenza, Avigliana.

In quel paese di montagna non c’ero mai stato, ma ormai le “decisioni irrevocabili” erano state prese.

Il giorno cinque del mese di dicembre del ’settantanove salutai mia moglie e mi misi al volante della mia ormai maggiorenne Fiat 850. Solo grazie alle bassissime temperature di quel rigido inverno riuscii a non fondere il motore della malandata vettura, e arrivai all’ufficio postale.

Il mio percorso di distribuzione della corrispondenza giungeva fino alla cima del colle del Lys, situata a milletrecento metri d’altezza, ove era situato l’ultimo recapito: un bar ristorante con abbonamento alla Stampa:  quotidiano nazionale, da raggiungere ogni giorno.

L’ufficio postale era situato al centro del paese, ed era raggiungibile da una strada non troppo larga, tortuosa che si inerpicava lungo la montagna, con tornanti in alcuni punti stretti e pericolosi.

Per i primi giorni di lavoro affiancavo il postino titolare di nome Lionetto, al quale non mancava molto alla pensione. Il suo carattere era tipico del montanaro: schietto, sincero, dai modi un po’ rudi e immediati, ma di buon cuore. Se conquistavi la sua fiducia, dimostrandoti rispettoso e con voglia di imparare, ti aiutava senza  riserve. Era di corporatura forte e robusta, con un paio di baffi che avrebbero suscitato l’invidia dei cultori e gli appassionati di questa materia. Le sue guance erano di un colore rosso acceso, e ne conobbi il motivo durante quei giorni in cui lavorammo assieme.

Sistemata la corrispondenza per vie, e soprattutto per borgate, di cui la zona era costituita, lasciammo l’ufficio, e cominciammo la distribuzione.

In molte borgate era presente un bar o una trattoria, e puntualmente in ognuna di queste era obbligatoria una breve sosta per la consegna. Nell’occasione l’esercente ci offriva da bere, e mentre io collezionavo un caffè dopo l’altro, il mio tutor, Lionetto, si dissetava con un buon bicchiere di vino. Dopo aver tracannato cotanto “nettare degli Dei” il suo viso assumeva quel tipico colore rosso tendente al viola.

Con mio stupore era sempre sobrio e lucido, non commetteva errori di nessun genere e continuava a insegnarmi i “trucchi del mestiere” e  le particolarità di ciascuna borgata. Mi indicava a chi potevo rivolgermi per chiedere informazioni sui residenti, e a chi potevo consegnare la corrispondenza dei vicini assenti.

Il lavoro mi piacque subito sia per il rapporto umano che si stabiliva con la gente, sia perché le lettere, per quello che rappresentavano avevano per me un grande valore.

Facevo tesoro di tutto quello che mi insegnava Lionetto, e ben presto entrai nelle sue simpatie e in quelle degli abitanti della zona.

Alcuni giorni dopo, rimasi solo con la mia borsa a tracolla per le viuzze e i sentieri delle borgate quasi deserte, accompagnato solo dai miei pensieri e dall’abbaiare dei cani lasciati a guardia delle case e dei cortili. Anche con tali difficoltà cercavo di svolgere al meglio il mio lavoro ricordando i consigli che mi erano stati dati.

Durante il percorso mi fermavo nei punti di ritrovo: generi alimentari, bar e trattorie.

I gestori molto gentilmente mi davano tutte le informazioni. In alcuni casi, quando le borgate erano irraggiungibili per la neve, ritiravano la posta per le persone che sarebbero passate per far compere o prima di recarsi in chiesa per seguire le funzioni religiose.

Per tutto il mese di dicembre compivo lo stesso percorso, conoscevo ormai quasi tutti, tanto che gli esercenti dei bar mi offrivano puntualmente il caffè o un pezzo di pizza che, invano, cercavo di pagare. Non mancava neanche una sosta a casa di Lionetto che abitava nella borgata Favella a circa novecento metri di altezza. Come tanti montanari, a pianterreno, oltre al garage, aveva una stalla con due mucche di cui si prendeva premurosamente cura. In cambio, ogni giorno, esse fornivano latte fresco e genuino.

Grazie al mio nuovo lavoro, avevo scoperto che in quelle borgate sparse per le montagne, esisteva gente buona e semplice che amava e rispettava la natura, e con meno pregiudizi per chi proveniva da altre regioni, rispetto al modo di pensare della gente di città.

Tra qualche timore per le strade di montagna, infide nel periodo invernali per le abbondanti nevicate, per qualche spiacevole incontro con cani e un paio di morsi ai glutei, trascorse il periodo in cui lavorai in quel paese.

Ogni volta dovevo ricominciare daccapo, ovunque avessero bisogno di un sostituto. Pazientare e tenere duro fino a quando anch’io avrei avuto una zona definitiva da servire.

La destinazione successiva fu Buttigliera Alta.

Dovevo effettuare solo un giorno di sostituzione, e poi chissà!

Con l’aiuto della fortuna e la coincidenza che il titolare era prossimo alla pensione, tranne che per alcune settimane trascorse in altri paesi, rimasi a Buttigliera Alta per circa trentadue anni.

Ad altri ragazzi del mio corso non era andata così bene, e per tre o quattro anni furono costretti a girare per vari paesi.

Anche se sono stato fortunato, e in un anno e mezzo passai di ruolo, non ho avuto mai il tempo di annoiarmi per i vari accadimenti susseguitisi nel tempo.

Sin dal primo giorno questo lavoro mi è entrato nel cuore per tutto quello che ha rappresentato per me.

Ho consegnato sempre con diligenza e passione  tutto quello che mi veniva affidato, e trattavo quasi con religiosità tutte le lettere scritte ancora a mano, che si scambiavano parenti e amici sparsi per il mondo, soprattutto per motivi di lavoro. Oltre che provenire da tutte le regioni d’Italia non poche giungevano da Paesi lontani come l’Australia, Argentina, Brasile, Stati Uniti, Canada, Sud Africa, per non parlare di quelle provenienti da tanti Paesi Europei.

In questi anni non sono mancati forti spaventi a causa di cani che sbucavano dal nulla e mi rincorrevano, con il rischio di essere morso o di cadere dal ciclomotore, come poi è accaduto in qualche caso. Il più delle volte grazie alla prontezza dei riflessi, anche se ero spaventato uscivo indenne da queste spiacevoli situazioni.

Oltre ai cani aggressivi, molti erano più tranquilli e avevo instaurato con essi un buon rapporto, si erano affezionati a tal punto che ogni giorno mi aspettavano al cancello, in attesa di qualche carezza che io facevo volentieri. A volte, anche se non avevo corrispondenza da consegnare, li vedevo da lontano che mi aspettavano, mi avvicinavo e dedicavo loro qualche secondo.

Oltre al rapporto ottimo o, problematico con gli amici a quattro zampe, ho subito tutti i tipi di intemperie dovuto al clima non troppo clemente di questo territorio: il caldo asfissiante dei mesi estivi con copiose sudate per la permanenza sotto il sole cocente e per l’andatura veloce del mio passo.

Il forte vento della Valle, foriero di rovinose cadute del ciclomotore, e rincorse affannose per recuperare qualche lettera ansiosa di arrivare a destinazione. Suppellettili varie che volavano dai balconi e persino tegole provenienti da tetti poco sicuri. Un’altra difficoltà da affrontare erano gli improvvisi e violenti temporali estivi con grandinate che mi sorprendevano in vie senza riparo che mi riducevano come un pulcino bagnato.

Non di rado mi ritrovavo per strade che dopo il temporale sembravano torrenti, e l’acqua copriva quasi le ruote del mio mezzo, lambendo la borsa della corrispondenza che appoggiavo alla pedana. Cercavo sempre di proteggere al meglio tutti gli oggetti postali con mezzi di fortuna, dato che per gli amministratori questi problemi non erano contemplati.

D’inverno, invece, il nemico peggiore era la neve o il ghiaccio che a volte provocavano delle rovinose cadute con relative lussazioni ed escoriazioni varie, in un caso mi sono fratturato il capitello radiale sinistro. Per accelerare la guarigione e il rientro al lavoro ho fatto gli esercizi per rieducare l’arto senza l’ausilio della fisioterapia prescrittami, per la quale avrei dovuto aspettare più di un mese a oziare.

Quando la temperatura scendeva al disotto dello zero, avevo dolori soprattutto alle mani che s’intorpidivano , si gonfiavano, e all’estremità delle dita si aprivano profonde e dolose ragadi difficili da guarire. Non potevo usare eventuali guanti che avrebbero compromesso la sensibilità dei polpastrelli e la corretta manipolazione delle lettere.

In alcune circostanze mi è capitato di assistere ad incidenti con esiti mortali, uno dei quali mi ha colpito particolarmente: la morte quasi sul colpo di due anziani coniugi francesi che, dopo uno scontro frontale con un camion, sono rimasti intrappolati nell’auto, e deceduti  nella posizione in cui viaggiavano, cioè seduti con le cinture ancora allacciate, solo l’intervento dei vigili del fuoco ha permesso l’estrazione dei corpi dall’abitacolo.

Ogni volta che assistevo a questi drammi mi rattristavo e mi chiedevo il perché.

Nella zona in cui lavoravo si sono verificati due fatti di sangue, legati alla malavita che cercava di infiltratasi nel tessuto cittadino. Fortunatamente dopo l’epilogo sanguinoso di entrambi i fatti, non si è verificato nessun altro episodio criminale.

Nel primo evento fu coinvolto un titolare di una concessionaria di automobili che fu crivellato di colpi al volto e al petto, fuori dal suo esercizio. Fu chiaramente un delitto di stampo mafioso, essendo la vittima un boss di una nota famiglia siciliana, già coinvolta in altri fatti delittuosi.

Per i suoi trascorsi, era stato confinato  proprio a Buttigliera Alta, e, grazie alla complicità di un prestanome, aveva aperto tale attività. A causa di uno sgarro o una faida per il controllo di attività illecite, era stato punito ferocemente. Ogni giorno, per quel crimine efferato, fui costretto a calpestare con grande disagio le macchie di sangue del malcapitato, fino a che la pioggia non ne cancellò le tracce.

L’altro delitto della stessa matrice aveva colpito un costruttore di un gruppo di villette a schiera, poco distanti da casa mia.

I killer si erano appostati dietro alcuni alberi adiacenti alle villette stesse, e nel momento in cui il bersaglio predestinato imboccò il vialetto che conduceva a casa sua, fu raggiunto da una scarica d proiettili che lo lasciò esanime. Dopo il clamore suscitato da questo fatto di sangue, eccezionale per un piccolo paese, riportato dalla stampa locale e nazionale, tutto finì nel dimenticatoio come l’altro crimine, e non si seppe più nulla, neanche dei colpevoli.

Un altro tragico avvenimento che mi sconvolse, e che non potrò mai dimenticare, accadde il diciannove marzo del duemiladue, il giorno della festa del papà: la morte di un mio collega di lavoro, nonché amico, con cui avevo lavorato gomito a gomito per più di vent’anni.

Condividevamo molti hobby, tra cui la storia, l’archeologia e i viaggi nel nostro bellissimo Paese.

Spesso, mentre smistavamo la corrispondenza, parlavamo dei nostri viaggi, rimandando a più approfondite riflessioni e a scambi di filmati e fotografie, quando avremmo raggiunto il sospirato pensionamento.

Il fato, quel giorno, interruppe i nostri progetti, e soprattutto i suoi, per i quali si dava tanto da fare e voleva fermamente raggiungere. Voleva vedere crescere i suoi due ragazzi ancora in tenera età che avevano ancora tanto bisogno della sua presenza.

Nino era il diminutivo  con cui lo chiamavano; era laureato in architettura e, avendo studiato tanto, aspirava a migliorare la sua posizione economica e sociale.

Il modo di affrontare la vita era una delle cose su cui avevamo punti di vista differenti perché io, al contrario, ero contento del mio lavoro, di quello che avevo, e non mi affannavo per raggiungere obbiettivi che non mi interessavano. La mia priorità erano i rapporti umani e le relazioni sociali.

Quella sera stava per raggiungere la famiglia e festeggiare con i figli la festa del papà, dopa una lunga giornata di lavoro. Un grosso camion adibito al trasporto auto, con una manovra azzardata,  lasciò il piazzale su cui era fermo, si mise in marcia e occupò quasi tutta la sede stradale. Il mio amico non poté evitare l’impatto che gli fu fatale. Le sue condizioni apparvero subito disperate.

Trasportato in ospedale fu tenuto in vita con l’ausilio delle macchine, il tempo necessario per l’espianto dei  suoi organi, da donare ad altri pazienti che ne avevano disperatamente bisogno. Queste erano state le sue volontà quando era in vita e nel pieno vigore, e, grazie a quella scelta di grande generosità e altruismo, aveva dato ad altre persone una seconda possibilità di vita.

In questi anni ricchi di episodi a volte allegri, o drammatici, non poteva mancare la classica ciliegina sulla torta: una rapina con tanto di pistola e passamontagna.

Un mattino come tanti, mentre un mio collega era tra le due porte del retro dell’ufficio postale: quella esterna aperta per tirare dentro le casse con la corrispondenza,  due individui alti e di corporatura robusta, con il volto coperto, e armati, entrarono nello spazio di carico. Uno di loro puntò la pistola alle tempie del mio collega che sbiancò e stava per svenire. Cominciò a urlare verso di me che ero all’interno, intimandomi di aprire, altrimenti avrebbe fatto fuoco sul malcapitato.

In quei pochi attimi osservai attentamente la pistola ma non riuscii a capire se fosse finta o se fosse in grado di sparare. Sebbene le chiavi fossero infilate nella serratura, temporeggiai qualche secondo, tanto il rapinatore non avrebbe sparato all’ostaggio che gli serviva vivo. Anch’io, urlando, gli dissi che doveva aspettare un attimo perché le chiavi le aveva il direttore e le avrei prese subito.

Mi recai al lato sportelli e avvisai il direttore di quello che stava accadendo. Egli tempestivamente  attivò l’allarme, e ci avvicinammo alla porta per aprirla. Mentre un rapinatore teneva sotto tiro il mio collega, l’altro con un balzo felino si precipitò all’interno, e con la pistola intimò al direttore di aprire la cassaforte che azionata da un meccanismo a tempo si sarebbe aperta solo dopo un quarto d’ora. Il rapinatore cominciò a minacciare tutti dicendo che avrebbe aspettato solo dieci secondi e poi avrebbe fatto fuoco. Quando cominciò a contare avrei voluto reagire, perché il mio dubbio era che la pistola fosse finta, ma non ne potevo essere sicuro. Con il coraggio che sorprese prima me e poi gli altri, urlai con tutto il fiato che avevo: -Noi siamo solo dei postini e non possiamo fare niente per aprirla!- Alle mie parole si convinse, e si diresse verso la postazione degli impiegati: ripulì i cassetti racimolando circa tremilacinquecento euro. Non essendoci più contanti da razziare, e avvicinandosi l’ora di apertura al pubblico, minacciando ancora, i due si allontanarono su una macchina che li attendeva con un complice alla guida.

Dopo poco arrivarono i vigili urbani, i carabinieri che raccolsero le nostre deposizioni e un’ambulanza che, dopo i primi accertamenti sullo stato di salute del mio collega, si avviò verso l’ospedale per ulteriori controlli. L’altro collega ed io, dopo aver sistemato la corrispondenza, iniziammo la distribuzione, non senza pensare con qualche turbamento a tutto quello che era successo poco prima.

Questo episodio mi aveva fatto capire di più sul mio carattere. Non avrei mai immaginato di mantenere la calma e il sangue freddo necessario per affrontare quell’emergenza nel migliore dei modi. Cosa che purtroppo non posso dire di un altro collega che era rimasto all’interno con me: si era quasi accucciato in un angolo e non aveva detto una parola o fatto alcun movimento per sbloccare la situazione. Normalmente era molto sicuro di sé, si vantava di tante azioni eclatanti, e delle donne che aveva conquistato, ma quel giorno mi deluse.

Senza ulteriori scossoni, giunse per me l’ultimo giorno di lavoro, con la sorpresa più bella.

Penso che pochi altri postini abbiano ricevuto una bella festa di commiato, organizzata dalle famiglie che avevo servito per tutti quegli anni con dedizione e affetto.

Avevano preparato una cena in allegria, con foto ricordo e recitazione di alcune mie poesie, infine mi regalarono un bel dipinto olio su tela, che mi ritraeva mentre recapitavo la posta in una via caratteristica del paese: Via Al Castello, il cui sfondo era rappresentato dal monte Musinè.

L’artista, in quell’occasione, usò un po’ di fantasia, sostituendo alla vespa una vecchia bicicletta, rendendo più romantico il soggetto del quadro.

Agli inizi, quando giravo per i paesi, un po’ impacciato con la borsa a tracolla, qualcuno, forse un po’ per invidia o per prendermi in giro, diceva che i postini erano dei privilegiati. Avevano un lavoro tranquillo e senza problemi.

Naturalmente io non la penso allo stesso modo.