La fòcara magica di Novoli tra profano e sacro

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La notte tra il 16 ed il 17 gennaio ritornerà ad ardere a Novoli la oramai ben nota Focara, il più grande falò mai realizzato in tutto il bacino del Mediterraneo ( 25 metri di altezza e 20 metri di diametro). Si tratta di un vero e proprio colosso formato da migliaia di fascine ciascuna delle quali composta da circa duecento tralci di vite legati con del filo di ferro; le fascine vengono accatastate con perfetta maestria e con tecniche tramandate gelosamente di generazione in generazione e fatte bruciare in occasione dei festeggiamenti dedicati a  Sant’Antonio abate. Il culto verso questo eremita egiziano, vissuto nel III secolo d.C. e considerato il fondatore del monachesimo cristiano, fu ufficializzato  il 28 gennaio del 1664, quando il vescovo dell’epoca, Mons. Luigi Pappacoda, concesse l’assenso canonico alla supplica dell’Università e del clero e dichiarò S. Antonio Abate protettore di Novoli. La costruzione della fòcara, che inizia all’alba del 7 gennaio, anche se la raccolta e il trasporto dei fasci di vite hanno luogo già dall’inizio del mese di dicembre, e si conclude a mezzogiorno della Vigilia, richiede almeno 100 persone abbastanza abili per restare ore in piedi sui pioli delle lunghe scale e passarsi l’uno sull’altro al di sopra della testa i fasci, che poi giunti in cima vengono sistemati perfettamente dal costruttore. Proprio sulla cima, la mattina della Vigilia, viene issata un’artistica bandiera, sulla quale è un’immagine del santo, che successivamente brucia insieme al falò. L’accensione avviene la sera del 16 Gennaio, tramite uno spettacolo pirotecnico. La fòcara è destinata a bruciare per tutta la notte ed il giorno seguente, spargendo nell’aria grandi quantità di cenere che simboleggia la purificazione, e milioni di minuscole favilla che accendono la fredda notte invernale. Uno spettacolo davvero suggestivo. Ma qual è la connessione tra questo immenso falò e il Santo? Ebbene, il legame esistente tra la Fòcara e lu Sant’ Ntoni dellu fuecu, visto dalla collettività cristiana come uno strenuo oppositore dei diavoli e delle fiamme dell’inferno, affonda le sue radici nella leggenda . Si racconta che tanti secoli fa sant’Antonio vivesse da eremita nel deserto della Tebaide insieme con un maialino che lo seguiva dappertutto: là, ogni giorno vinceva con i più svariati trucchi, le tentazioni del diavolo. Ebbene, si dice che allora non esisteva il fuoco sulla terra e gli uomini soffrivano un gran freddo. Dopo aver discusso a lungo i governatori della terra inviarono una delegazione dove viveva sant’Antonio per pregargli di procurare il fuoco. Il vecchio santo, impietosito, si recò col suo fedele maialino all’inferno, dove le fiamme ardevano giorno e notte, bussando all’immenso portone. Quando i diavoli videro che il visitatore era il santo, il loro peggior ne­mico che non riuscivano a vincere, gli impedirono di entrare. Ma il maialino nel frattempo si era in­trufolato rapidamente nella città diabolica. La bestiolina cominciò a scorrazzare facendo danni dappertutto: dopo aver tentato inutilmente di catturarla, i diavoli si recarono da sant’Antonio pregandolo di scendere all’inferno per riprendersi il maialino. E l’eremita, che non aspettava altro, si recò nel regno dei dannati con il suo inse­parabile bastone a forma di tau. Durante il viaggio di risalita in com­pagnia del maialino fece prendere fuoco al bastone sicché, giunto sulla terra, poté accendere una grande catasta di legna offrendo così il primo e so­spirato fuoco all’umanità.”.         La fiamma divenne quindi uno degli elementi distintivi principali del Santo non solo perché accennava al fuoco dell’inferno nel quale Antonio si recava per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo, ma anche alla malattia volgarmente detta “fuoco di Sant’Antonio” (altrimenti noto come “herpes zoster”) ed alle numerose guarigioni ad essa relative. Sant’Antonio è considerato anche il protettore degli animali domestici, solitamente benedetti durante le celebrazioni in suo onore il 17 gennaio. Anche a Novoli è molto sentita questa devozione, ma qui la benedizione*** degli animali  avviene ogni anno nel primo pomeriggio della Vigilia prima della processione. Nel piazzale antistante la Chiesa sono molti i novolesi che portano i loro animali domestici per ricevere la protezione di Dio, ma soprattutto del Santo Patrono. La fine della benedizione è accompagnata da rintocchi di campane e fragorose salve, segni questi che danno inizio alla processione del simulacro del santo, che si snoda tra le vie del paese. La statua è portata a spalla da devoti, i quali offrono somme abbastanza alte per avere questo onore, e dietro di essa si formano due ali interminabili di folla, che accompagnano il simulacro. L’attuale processione si conclude con il ritorno del Santo in P.zza S. Antonio Abate, salutato da artistiche bengalate e lancio di palloni di palloni aerostatici. Successivamente il Santo rientra nella sua Chiesa e viene riposto sul trono addobbato con vari drappeggi e cornici floreali. La fine della processione porta al momento culminante della festa, la fòcara, il simbolo più conosciuto della festa del fuoco che di anno in anno diventa sempre più famosa in Italia ed inizia e destare tanta curiosità anche nelle altre parti del Mondo. Il 18 gennaio è la cosiddetta festa te li paesani, giorno in cui i novolesi, liberi dalla massa di visitatori e pellegrini, si godono gli ultimi momenti della festa. Così, tra le ultime visite alla fòcara, oramai quasi terminata, e un panino cu li turcinieddri, tra una bengalata in p.zza S. Antonio e i palloni aerostatici, la “festa del fuoco” si conclude tra la soddisfazione e i progetti per la festa dell’anno successivo.     ***Una piccola curiosità: La tradizione di benedire gli animali (in particolare i maiali) nacque nel Medioevo in terra tedesca, quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale da destinare all’ospedale, dove prestavano il loro servizio i monaci di sant’Antonio. A partire dall’XI secolo, tuttavia, numerose lamentele presero a circolare nelle città per la presenza di maiali che pascolavano liberamente nelle vie;  ne fu quindi vietata la  libera circolazione sebbene venisse sempre garantita la loro integrità fisica in quanto «di proprietà degli Antoniani, che ne ricavavano cibo per i malati, balsami per le piaghe, nonché sostentamento economico. Maiali, dunque, che via via acquisiscono un’aura di sacralità e guai a chi dovesse rubarne uno, perché Antonio si sarebbe vendicato colpendo con la malattia, anziché guarirla.»