Chiesa Abbaziale di Ranverso (PICTA) fuit ista capela

 

SANT'ANTONIO DI RANVERSO

Testo: Franco Caresio – Lucilla Cremoni

Immagini: Lucilla Cremoni

 

 

Chiesa Abbaziale di Ranverso (PICTA) fuit ista capela

 

È a due passi da Torino, più o meno a metà strada fra Rivoli e Avigliana. Eppure capita spesso di parlare con abitanti di Torino e provincia, anche persone che hanno visitato mezzo mondo, che a Sant’Antonio di Ranverso non ci sono mai stati. È la solita esterofilia provnciale, certo, ma anche l’endemica mancanza di orgoglio e l'incapacità di far conoscere le proprie bellezze, anche ai piemontesi stessi. Eppure Sant'Antonio di Ranverso è uno dei più alti esempi di architettura e pittura medievale del Piemonte. Era la precettoria di un ordine ospedaliero intitolato a Sant’Antonio Abate, che col grasso di maiale trattava una delle più gravi malattie dell’epoca, quel “Fuoco” che proprio da lui prese il nome, e che per la scienza è l'Herpes Zoster.

 

Fu fondata attorno al 1188 lungo l’antica via Francigena, forse trasferendo a valle una precedente fondazione a Susa e su terreni donati da Umberto III di Savoia detto “il Beato”. Le sue architetture sono fra le più importanti del tardo Medioevo piemontese e altrettanto valore hanno gli affreschi: anzi, proprio dalla firma lasciata da Giacomo Jaquerio ai piedi di una delicatissima Vergine in trono con Bambino e abate in preghiera si è sviluppato lo studio dell’arte figurativa piemontese fra Tre e Quattrocento.

 

Il complesso era una delle tappe di quel sistema di luoghi di accoglienza i cui cardini erano la Sacra di San Michele, Novalesa e San Giusto di Susa (poi divenuta cattedrale). La croce commissa, o a Tau (in forma di una ‘T’ maiuscola), onnipresente a Ranverso, identificava Sant’Antonio, solitamente rappresentato con il bastone a Tau e seguito da un maiale, a ricordare che il Santo era considerato il protettore degli animali domestici e l’inventore del sistema di curare col grasso di maiale l’Herpes Zoster, i cui malati venivano accomunati ai lebbrosi. Col grasso si cospargevano le piaghe evitando il contatto con l’aria e alleviando il dolore. Proprio con lo scopo di assistere questi ammalati verso la fine dell’XI secolo era stato fondato in Francia, a La Motte-Saint Didier presso Vienne, l’istituto degli Ospedalieri di Sant’Antonio: i monaci indossavano un abito nero, segnato sul petto da una croce in forma di “T” in panno azzurro. Gli Antoniani furono i veri anticipatori di tutti gli ordini ospedalieri.

 

Preceduta da un ristretto sagrato, la facciata della chiesa si presenta nelle linee del gotico dell’ultimo trentennio del Quattrocento ed è segnata da tre alte ghimberghe concluse da pinnacoli e formate da ricche fasce di formelle in cotto, molte delle quali rappresentano foglie di quercia e ghiande (nutrimento del maiale). Nel portico, o nartece, si trovano le sculture più interessanti di tutto il complesso, alle quali lavorarono almeno due artisti, che nei capitelli e nelle mensole scolpirono teste di mostri con le fauci spalancate, di animali (bellissima l’immagine del cane con una pagnotta in bocca) e delicati volti femminili. Le mensole reggi-archi murate ai lati della porta di ingresso della chiesa presentano invece teste maschili, bifronti, ancora con rilevanti tracce di antica coloritura e ornamenti di foglie di quercia e ghiande. Quanto ai dipinti, sono pressoché scomparse le figure di angeli affrescate nelle lunette inferiori delle ghimberghe, ma altri sono ancora visibili nel portico.

 

Dell’antico complesso rimane soprattutto la chiesa abbaziale, mentre dell’edificio dell’Ospedale solo la facciata si è conservata. Al tardo Trecento risalirebbe il campanile gotico, ricostruito sulla base di uno più antico e concluso da una cuspide ottagonale e quattro pinnacoli.

 

La chiesa non segue un preciso principio di simmetria, e si nota una forte deviazione dell’abside rispetto all’asse della navata centrale.

 

L’apparato decorativo interno ha subito le ingiurie del tempo e innumerevoli manomissioni. Le testimonianze più importanti e meglio conservate si trovano soprattutto nella luminosa area presbiteriale e nella piccola sacrestia. L’abside è dominata dal maestoso polittico Natività, Santi e Storie di Sant’Antonio Abate, una delle opere più belle di Defendente Ferrari, che la dipinse fra il 1530 e il 1531 su committenza della Città di Moncalieri come ex voto per la liberazione dalla peste.

 

Ben più antichi sono gli affreschi. Già in pieno Trecento le pareti dell’abside erano state affrescate con testine di “Angeli reggitenda”, di grande significato simbolico. Su quel tendaggio dipinto figuravano infatti la croce a Tau, la campanella dei lebbrosi, le fiammelle evocanti il dolore del Fuoco di Sant’Antonio e le stelle a più punte simbolo di speranza. Questo affresco fu poi coperto da altre decorazioni, ed è stata la parziale caduta degli affreschi successivi a farlo riscoprire. Proprio gli affreschi successivi sono quelli di maggior valore artistico e storico.

 

Tutto cominciò con un ritrovamento casuale. Nel 1914, durante restauri commissionati dall’Ordine Mauriziano, proprietario del complesso dal 1776, furono rimossi gli stalli di un coro ligneo seicentesco addossati alle pareti dell’abside. Si scoprirono così parti di affreschi di cui si era persa memoria e, soprattutto, tornò alla luce una breve epigrafe in caratteri gotici, già allora frammentaria per una parziale abrasione, ma facilmente integrabile: (Picta) fuit ista capela p(er) manu(m) Jacobi Jaqueri de Taurino (“Questa cappella è stata dipinta dalla mano di Giacomo Jaquerio di Torino”). Era la prova che si cercava da tempo, anche se il nome di Jaquerio era già citato in altre fonti.

 

Le parole “ista capela” indussero ad attribuire a Jaquerio o alla sua scuola tutti gli affreschi della chiesa e della sacrestia, e a datare la sua presenza a Ranverso attorno al 1430, quando cioè l’artista, morto quasi ottantenne nel 1453, aveva superato i sessant’anni. In realtà Giacomo Jaquerio vi avrebbe lavorato fra il 1396 e il 1406 e con la committenza per affrescare, come ha rivelato un documento scoperto di recente, le pareti attorno all’altare maggiore e le cappelle di San Biagio, della Maddalena e della Vergine. Non si parla, nel documento, degli affreschi della sacrestia o di altre parti della chiesa, ma nulla esclude che in anni successivi lo stesso Jaquerio o pittori del suo atélier siano stati nuovamente chiamati a Ranverso.

 

In realtà gli artisti al lavoro sul lato destro dell’abside furono diversi, e proprio su questa parete troviamo un affresco bellissimo, di genuina vena popolare: due villici tengono legati per le zampe due irsuti maiali. Li seguono, oltre il profilo della nicchia, alcune pecore e una mucca dal manto fulvo.

 

La parte superiore è invece dedicata alle Storie della Vita di Sant’Antonio Abate, in cui si rivela la mano di un artista raffinato, autore di una pittura tanto elegante quanto sobria e veloce.

 

A Jaquerio erano stati attribuiti in passato anche gli affreschi della sacrestia. Il piccolo locale è interamente decorato con opere che sono tra le più note tra quelle del tardo Quattrocento in Piemonte. A cominciare dalla straordinaria scena della Salita al Calvario, raffigurazione potente di azioni e di gesti in un addensarsi selvaggio di personaggi, stendardi, alabarde, picche e bandiere. Con una buona dose di rude verismo e qualche accentuazione della cattiveria anche somatica, deformata e truculenta, degli aguzzini attorno alla figura centrale di Cristo, in lunga veste bianca, che porta la croce sulle spalle. Verismo da sacra rappresentazione medioevale la cui concitazione sembra aver preso la mano dell’artista perchè l’affresco rivela errori e assurdità. Ad esempio, nella parte inferiore del dipinto delimitata dal tronco trasversale della croce, davanti alla figura di Cristo e alle sue spalle compaiono gambe, piedi e parte di abiti di almeno cinque personaggi che non corrispondono come si dovrebbe con la parte superiore dei corpi di altrettante persone. Tuttavia la scena è talmente animata e densa da non far rilevare questi sia pur vistosi errori.

 

Al carattere fortemente popolaresco della Salita al Calvario, si contrappongono gli altri affreschi della sacrestia. In particolare, l’Annunciazione e la Preghiera di Gesù nell’Orto del Getsemani. I due affreschi, uno di fronte all’altro, sono raffinatissimi esempi dell’arte di corte, sul filo della poesia del gotico internazionale. Ad altri due pittori, il primo di tradizione tardo-gotica, il secondo di più robusta tradizione popolare, sarebbero da attribuire le figure degli Evangelisti con i loro simboli apocalittici sulle quattro vele della volta, e i Santi Pietro e Paolo sulla parete di fronte alla Salita al Calvario.

All’opera diretta di Jaquerio e del suo laboratorio sono invece da assegnare gli affreschi della cappella di San Biagio, in precario stato di conservazione, ma ancora in grado di restituire il tocco veloce, le lucide atmosfere tra naturalismo e racconto fiabesco, le movenze eleganti, i personaggi (molto bello il volto maschile nel sottarco tra la cappella e la navata centrale) conosciuti nelle opere certe del pittore torinese. Nella stessa cappella sarebbero invece opera di altri artisti, e realizzate in anni diversi, le figure di santi negli sguanci della finestra e i Simboli evangelici nelle vele della volta. Riferibili alla mano di Jaquerio anche alcuni frammenti della Cappella della Maddalena (in particolare la piccola scena frammentaria di eleganti personaggi davanti alle mura di un castello) e di quella della Vergine, nelle figure di San Dionigi e di Sant’Eutropio negli sguanci della finestra.