L’eclattica Pina Sorrenti Max Camerette per un periodo breve fu legata all’azienda di calzature di suo zio Nicola con sede a Vigevano, la mostra aperta a Novoli era proprio di fronte al Santuario di Sant’Antonio Abate del fuoco.

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Domenica 22 Febbraio 2015 09:12                                                                        Novoli 1985 nella notte del fuoco durante la festa di Sant’Antonio Abate prima dell’accensine dalla spettacolare Fòcara Dedicato a Pina Sorrrenti la Canosina

l’eclattica Pina per un periodo breve fu legata all’azienda di calzature di suo zio Nicola con sede a Vigevano, la mostra aperta a Novoli era proprio di fronte al Santuario di Sant’Antonio Abate del fuoco.

Quando gli uomini non sapevano ancora volare, nel senso che l’aeroplano non era stato ancora inventato, guardavano gli uccelli e li invidiavano perché volavano alti e liberi nel cielo. Nella mitologia antica, un architetto e scienziato greco riuscì a fare quello che facevano gli uccelli: volare. Si chiamava Dedalo, aveva costruito per Minosse, re di Creta, il labirinto, nel quale aveva rinchiuso il Minotauro. E tuttavia dentro quegli stessi meandri labirintici, per ordine del re, ci stava pure lui e il figlio Icaro. Un giorno venne in mente a Dedalo di fuggire da quella prigione, fu così che si costruì delle ali da attaccare al corpo e di lì spiccare il volo verso altre terre.

Dalla lettura del mito sappiamo la fine che fece il figlio Icaro, sfracellatosi al suolo perché non seguì i consigli del padre, il quale gli aveva raccomandato di non avvicinarsi troppo al sole altrimenti la cera che legava le ali alla sua schiena si sarebbe sciolta. Dedalo invece non commise l’imprudenza del figlio, per cui riuscì a salvarsi.

Da allora, cioè da quel mito, l’uomo, magari spaventato dalla fine di Icaro, non ci pensò più a costruirsi delle ali. Continuò a guardare gli uccelli volare e sbigottì davanti ad una piuma o una foglia che per una folata di vento si alzava a volteggiare nell’aria libera e leggera come i volatili pennuti. Poi, nel ‘500, arrivò Leonardo da Vinci, che tentò nuovamente di imitare il volo degli uccelli disegnando macchine con le ali con la precisa idea che esse si dovessero alzare da terra e volare.

La necessità dell’uomo di volare è stata sempre dettata dall’esigenza estrema di libertà. L’uomo considera il cielo come il luogo per eccellenza della libertà. E Leonardo conosceva profondamente questa necessità; ecco perché spese gran parte del suo tempo di vita per progettare macchine volanti.

In tempi più recenti, agli inizi del XX secolo, l’uomo arrivò finalmente a mettere in esecuzione i progetti leonardeschi, inventando così le prime macchine aeromobili, fra cui l’aeroplano, la cui scoperta irradiò di luce gli uomini non solo perché finalmente con esso potevano percorrere lunghe distanze in un più breve tempo, ma soprattutto per la gioia di poter sollevare le gambe dalla terra e, sia pure all’interno di un tubo di lamine metalliche, volare nell’immensità del cielo proprio così come usano fare gli uccelli.

Ma ancor prima degli aerei l’uomo aveva inventato anche i palloni aerostatici, macchine volanti davvero fantastiche. È noto che i primi palloni ad aria calda furono ‘inventati’ in Cina tra il II secolo a. C. ed il III secolo d. C. come gioco per i bambini. Poi, nel 1709 uno scienziato di Lisbona, tale Bartolomeu de Gusman, riuscì a far volare un pallone riempito di aria riscaldata basandosi sul principio di Archimede, cioè far sollevare da terra un oggetto leggero per sostentazione statica; un pallone, cioè, tende a salire nell’atmosfera perché più leggero dell’aria che lo circonda.

Il primo volo umano vero e proprio però fu fatto dai Fratelli Montgolfier nel 1783 (da cui il nome mongolfiera) e da allora si sono sempre più e sempre meglio perfezionati i sistemi di sostentazione statica, fino ad arrivare alle mongolfiere e ai dirigibili di grandi dimensioni che hanno segnato l’epopea del volo nell‘800 e nel ‘900. Fra le tante indimenticabili imprese grande resta quella dell’esploratore Umberto Nobile, compiuta col dirigibile “Norge”, da lui inventato e costruito nel 1926, col quale trasvolò verso il circolo polare artico.

Ma veniamo a noi, e al Salento, tra l’altro terra di santi che volano (san Giuseppe da Copertino). Già Cosimo De Giorni, nella sua fondamentale opera La Provincia di Lecce. Bozzetti di Viaggio (Lecce, Editore Giuseppe Spacciante, 1882) aveva dato notizia di una mongolfiera che si era levata dalla nostra terra verso il cielo. Il De Giorni, scrivendo dello stato in cui versava Cavallino nel 1879, a proposito del Castello dei Castromediano, scrive:

«L’atrio del palazzo – nel quale si provò la prima mongolfiera elevata in provincia di Lecce nel secolo scorso – oggi è muto e deserto, ed è ricoperto da un tappeto di verdura» (cfr. Op. cit., 2° Capitolo,Da Lecce a Cavallino, p. 21).

E, ai nostri giorni, c’è un luogo (Parabita) che a maggio, in occasione della festività della Madonna della Coltura, si fanno ancora alzare in cielo dei nuovi palloni aerostatici. L’evento passa sotto il titolo de I palloni t’a Matonna de a Coltuta te Parabita. L’organizzatore dell’evento è Marcello Seclì, presidente di Italia Nostra Sud-Salento, il quale ha scritto un’interessante memoria sull’antica tradizione dei palloni aerostatici parabitani, affermando che l’esperienza dei “ballunari” nella sua città discende sempre dalla stessa famiglia (i Donadei, il cui precursore fu tale Luigi che, agli inizi del XX secolo, iniziò quest’arte così singolare, per poi trasmetterla al figlio Giuseppe, e da quest’ultimo ai figli Raffaele, Antonio e Cosimo arrivando così fino ai nostri giorni).

Seclì scrive che un pallone aerostato consiste «di strutture realizzate con carta da taglio che, opportunamente incollata a seconda delle dimensioni stabilite e tagliata nelle forme più diverse, viene quindi decorata con colori ad acqua con motivi semplici e fantasiosi; a queste decorazioni, a secondo della richiesta e della somma pattuita con la committenza,  può essere dipinta (con linee e campiture di colore alquanto sommarie) l’immagine del santo e/o la relativa dedica. Successivamente, le varie facciate che andranno a costituire il pallone (dalle quattro per quelli più piccoli e semplici fino ad arrivare alle ventiquattro, per palloni che raggiungono anche i venti metri di altezza e 36 di diametro) vengono quindi incollate a loro volta, il tutto con colla di farina rigorosamente preparata a caldo, in modo da ottenere queste particolari “sculture-architetture”  che nel momento in cui saranno gonfiate con aria calda, che viene intromessa  attraverso la bocca predisposta nella parte bassa del pallone, manifesteranno tutta la loro bellezza e magnificenza e potranno quindi prendere il volo per raggiungere mete sconosciute./ Alla struttura principale, si applicano spesso, soprattutto nei palloni più grandi, ulteriori elementi decorativi, come nastri di carta colorati, piccole campane (anch’esse gonfiabili con aria calda) legate al pallone principale, figure geometriche o bassorilievi che, opportunamente collocate sulle facciate del pallone, daranno allo stesso maggiore effetto plastico e scenografico e determinare quindi maggiore suggestione negli spettatori […] a completamento del manufatto viene poi costruita, nella parte bassa della struttura la bocca del pallone, attraverso la quale potrà essere immessa l’aria calda che consentirà al pallone di poter prendere il volo: questa è costituita da un cerchio, realizzato con fascette di canna legate tra loro con filo di ferro, che viene inserito sul bordo della parte aperta del pallone in modo da costituirne un accesso rigido e sicuro nel momento in cui dovrà essere avvicinato alla fiamma  per la fase di gonfiaggio. Al centro di questo cerchio viene infine collocato con un filo di ferro il cosiddetto “stumpu” (un cumulo di stracci impregnati di liquido infiammabile) che sarà a sua volta acceso, dopo che il pallone è già stato opportunamente gonfiato con l’aria calda, in modo da consentire allo stesso pallone di continuare – anche dopo il volo – di avere ulteriore energia per andare più in alto ed effettuare un percorso, se le condizioni metereologiche lo consentono, anche per molti chilometri».

In questi ultimi anni (2006-2014), in occasione delle festività della Madonna della Coltura (24-25 maggio), a Parabita è stato ripristinato l’evento di quest’antica arte dei palloni aerostatici nella prospettiva di salvarla dallo sterminio di culture, che spesso, sì, portano alcune nuove mode, però non sempre consone all’estetica di una vita che dovrebbe essere quanto meno serena e tendenzialmente felice, almeno per quel tanto che all’uomo è permesso di vivere. Quella felicità che ogni cuore sente quando si levano verso il cielo coloratissimi palloni aerostatici per la gioia e lo stupore di adulti e bimbi. Quella gioia e quello stupore che ci viene dallo stupefacente esempio de Il Piccolo Principe, il libro più famoso di Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, meglio conosciuto semplicemente come Antoine de Saint-Exupéry (Lione, 29 giugno 1900 – mar Tirreno, 1944), uno dei primi piloti di aeroplani del Novecento, che scrive: «Quando [il piccolo principe] vide per la prima volta il mio aeroplano […] mi domandò: “Che cos’è questa cosa?”. / “Non è una cosa – vola. È un aeroplano. È il mio aeroplano”. Ero molto fiero di fargli sapere che volavo. / Allora gridò: “Come? Sei caduto dal cielo?”. / “Sì”, risposi modestamente. / “Ah! Questa è buffa…” / E il piccolo principe scoppiò in una bella risata che mi irritò. Voglio che le mie disgrazie siano prese sul serio. Poi riprese: “Allora anche tu vieni dal cielo! Di quale pianeta sei?”. / Intravidi una luce, nel mistero della sua presenza, e lo interrogai bruscamente: “Tu vieni dunque da un altro pianeta?”. Ma non mi rispose. Scrollò gentilmente il capo osservando l’aeroplano. / “Certo che su quello non puoi venire da molto lontano…”. / E si immerse in una lunga meditazione» (cfr. la XIL edizione tascabili Bompiani,, agosto 1999, pp. 18-19).

rilevatore Ersilio Teifreto del blog ToriNovoli www.torinovoli.it